Storia alpinistica delle Pale di San Martino dal 1900 al 2002

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I contenuti della pagina sono stati gentilmente concessi dalla Guida Alpina Tullio Simoni, gestore del rifugio Treviso in Val Canali (Pale di San Martino)

Pensare di scrivere in poche righe la storia vissuta di un secolo di alpinismo nelle Pale è un’utopia, perché in questo secolo sono state aperte centinaia di vie e ciascuna di esse è una storia a sé. Ogni salita è una piccola o grande miniera di episodi che meriterebbero di esser scritti: da come è nata l’idea, ai preparativi, la scalata, la vetta, la discesa, i pensieri di prima e quelli di poi. Se lo facessi sarebbe un’impresa perché dovrei scavare nel profondo dell’animo degli alpinisti e allora cominceremmo a capire la loro storia. Sarebbe un lavoro utile ed interessante, ma quello che posso fare è un compito più facile: tratteggiare a grandi linee le tappe che hanno segnato la continua evoluzione dell’alpinismo, base indispensabile per iniziare la lettura della storia. La prima domanda alla quale va data una risposta è: quali sono i tipi di arrampicata che si praticano oggi? Cercare poi di dare una risposta chiara al sensibile calo della presenza di alpinisti anche sulle belle pareti dove ci sono grandi vie classiche. C’è inoltre la tendenza a preferire le belle vie ben protette con mezzi moderni. L’avventura esasperata trova sempre meno consensi, e lo si capisce da come si stanno evolvendo i tipi di protezione. Queste sono constatazioni, chiaramente connesse tra di loro, nel senso che ad esempio la seconda (la tendenza a preferire le belle vie ben protette) è già una risposta alle altre due. Un altro punto sul quale occorre fare chiarezza è il ruolo attuale della scalata artificiale.
Personalmente considero con favore la tendenza alla dissoluzione della filosofia che ha prodotto l’alpinismo eroico e sta venendo alla ribalta una generazione che non vive più di miti perché questi erano diventati così irraggiungibili che progressivamente si sono ridimensionati. Il concetto stesso di eroe nell’ambito dell’alpinismo è una espressione senza senso. Eroe può essere ad esempio chi entra in una casa che sta bruciando e salva una vita rischiando la propria, non certo chi volontariamente ha scelto di stare una settimana su una parete e poi è stato bloccato dal cattivo tempo. Invece lo sono le persone che rischiano per andarlo a recuperare. L’alpinismo è un gioco scelto liberamente, e se si trasforma involontariamente in lotta per la vita non per questo si creano degli eroi. Gli alpinisti non saranno mai eroi, può darsi che si possano considerare dei coraggiosi. Si può forse definire l’alpinismo come esercizio del coraggio. Coraggio è l’ingrediente, l’avventura il sale ed il pepe dell’alpinismo! Per evitare equivoci, preciso subito un fatto che per me è ovvio, ma non è detto che lo sia per tutti. Quello dell’alpinista è un tipo molto particolare di coraggio, non quello delle necessità contingenti, ma quello che sta nel subconscio di molti e potrebbe rimanerci assopito, ma a volte si sveglia e spinge a fare cose che servono soltanto a dire io sono più forte o più bello di te. Qualcuno lo ha definito come il coraggio della conquista dell’inutile ed è probabilmente la migliore definizione che mai sia stata data di alpinismo. Se è vero che l’alpinismo è una conquista dell’inutile, si capisce anche perché sempre meno alpinisti sono disposti a rischiare e la maggior parte preferisce vie ben protette.
I miti hanno fatto più male che bene all’alpinismo, ed i personaggi che presento non devono essere visti come tali, ma come alpinisti qualunque con l’unico merito di aver scoperto ed aperto delle belle vie che saranno o sono già terreno di gioco della nostra generazione.
Tutti coloro che hanno anche semplicemente scoperto una sola via facile ma bella, se vogliamo essere coerenti fino in fondo, hanno fatto la storia delle Pale.
La foto di alcuni alpinisti è stata inserita nel testo con lo scopo di renderlo più vivo e soddisfare la curiosità di molti. Io avrei inserito almeno un centinaio di nomi, e certamente vi sono più di cento alpinisti che in questo secolo hanno contribuito a scrivere la storia delle Pale, ma avrei scritto una enciclopedia e questo non è lo scopo della guida. Potrei scrivere i loro nomi, ma risulterebbe un elenco arido e poco significativo e sicuramente dimenticherei qualcuno. Ecco perché ho dovuto decidere di inserire soltanto pochi nomi, i più significativi di ogni generazione, quelli che simbolicamente possono essere considerati come portatori del testimone del loro periodo storico. Mi auguro che con questo criterio, tutti si sentano rappresentati. Ho pensato molto al fatto che qualcuno potrebbe sentirsi ingiustamente escluso, ma sono sempre arrivato alla conclusione che almeno un suo amico o un contemporaneo c’è a rappresentarlo.

A partire dalla metà ottocento inizia il periodo della esplorazione e della conquista delle cime per le vie più facili. Questo periodo, descritto nella parte dedicata ai pionieri, termina sostanzialmente all’inizio del XX secolo ed inizia un lungo periodo che possiamo definire di ricerca di itinerari nuovi che si sviluppano lungo le linee logiche della struttura della parete. Tali linee sono caratterizzate dalla presenza di creste, spigoli, grandi fessure o diedri che possono costituire linee continue o discontinue di riferimento tra la base e la vetta. Due esempi: La via Simon-Wiessner sulla parete Ovest della Cima Canali ha come linea logica un lungo camino quasi ininterrotto che va dalla base alla vetta, e la via Solleder-Kummer al Sass Maor che possiede tre linee: la diagonale bassa, i diedri medio-alti e la diagonale alta. Le prime due linee sono nettamente prive di continuità, ed il fatto che Solleder abbia intuito e trovato la soluzione di questo problema, mostra che il suo alpinismo stava camminando con una marcia in più e si stava aprendo un nuovo periodo che possiamo definire delle linee discontinue. Questa evoluzione è frutto delle capacità del singolo alpinista e del miglioramento della qualità dei mezzi a disposizione. Con il passare del tempo, la prima fase si esaurisce e si consolida la seconda. Durante quest’ultima si diffonde l’arrampicata artificiale come mezzo di progressione per vincere le discontinuità e tendere verso quelle che venivano chiamate direttissime. Due esempi: La direttissima via dei finanzieri al Cimon della Pala del 1963, aperta con largo uso di mezzi artificiali e la via dei finanzieri al Pilastro dei Finanzieri sulla Cima dei Lastei, aperta con l’uso di 300 chiodi di cui 60 a pressione.
Questa evoluzione, che aveva creato una fiammata di entusiasmo negli alpinisti perché si era trovato un metodo capace di vincere tutte le pareti, provocò invece una reazione fortemente critica, quello che venne chiamato il nuovo mattino. Premesso che il fenomeno dell’artificiale era abbastanza circoscritto, la maggior parte si convinse che arrampicare in maniera naturale e libera, usando gli ancoraggi solo come mezzo di protezione e non di progressione, trasforma l’alpinismo in un gioco più leale, di maggior soddisfazione e divertimento. Questa è la chiave che permette di comprendere l’alpinismo attuale.
Le risposte degli alpinisti alle riflessioni sull’arrampicata sono state multiformi e ben differenziate. In un primo filone troviamo che una parte ha ripreso o continuato ad arrampicare in libera usando i chiodi come protezione e al minimo possibile. L’introduzione di nuovi materiali come dadi e friend ha avuto successo immediato perché hanno aumentato enormemente le possibilità di protezione senza ledere il principio di fondo. Due ottimi esempi di questo tipo di arrampicata sono Il pilastro girasole sul Cimone della Pala e Supermatita sulla Est del Sass Maor.
Il secondo filone è legato all’introduzione degli spit nell’alpinismo. Sono degli ancoraggi di protezione che richiedono la perforazione della roccia a mano o mediante un trapano. Il loro punto di forza è l’elevata tenuta, al punto di poterli distanziare considerevolmente rendendo le difficoltà praticamente obbligatorie. Si può dire inoltre che un apritore che usi gli spit, può dare un’impronta alla salita secondo come li usa. Indubbiamente questo mezzo nell’ultimo decennio ha permesso di aprire itenerari anche molto difficili, ma più sicuri. Due esempi anche in questo caso: Gancetto felice sulla Nord della Cima Madonna e Masada sulla Est del Sass Maor dove gli apritori hanno usato gli spit soltanto per proteggere passaggi molto difficili dove non era possibile usare altri mezzi. Si tratta di itinerari che conservano tutto il fascino e l’avventura delle grandi salite alpinistiche. Qui è anche indispensabile chiarire che esistono attualmente due tipi di artificiale: il primo è l’artificiale di apertura, ed il secondo è semplicemente l’artificiale, del tutto simile a quello di cinquanta anni fa, ossia un artificiale arricchito di nuovi mezzi, ma sempre fine a se stesso. Il primo invece si pratica soltanto in apertura e non è fine a se tesso perché ha lo scopo di mettere gli spit nei punti dove non è possibile altro tipo di protezione. La via nasce in questo caso come un misto libera/artificiale, ma il suo destino è quello di diventare terreno di competizione per liberarla prima, e per ridurne i tempi poi. Questo è in pratica il ciclo di arrampicata attualmente più diffuso, e ciò spiega, almeno in parte, il calo di interesse per i grandi itinerari classici. Infatti l’artificiale di apertura, che ha lo scopo di preparare vie da ripetere in libera, punta normalmente su difficoltà elevate, almeno dal 6b in avanti, mentre le vie classiche si fermano generalmente al 6a. Fanno eccezione le classiche in artificiale a chiodi, ma raramente la vecchia chiodatura offre sufficienti garanzie di protezione. Allora che fare? Secondo noi, e parlo dei quattro gestori e di me, le vie classiche vanno tenute così come sono anche se sono poco o mal protette, perché sono nate così, perché sono comunque belle ed esprimono tutta la poesia di un secolo di alpinismo. Pensiamo di doverle lasciare in eredità senza modifiche.

Per un certo periodo, fortunatamente breve, si è sviluppato un filone di pensiero nettamente controcorrente rispetto ai due precedenti. Alcuni alpinisti hanno pensato di usare gli spit ravvicinati sulle vie classiche senza un principio limitatore, con il solo obiettivo di renderle particolarmente sicure ed alla portata di tutti. Ispirati da principi all’apparenza buoni, ma dall’effetto distruttivo se usati in alpinismo, forse costoro non si sono resi conto che il loro tipo di manipolazione degrada gravemente il valore di un itinerario non solo perché perde tutto il suo fascino d’avventura. ma perché lo fa diventare qualcosa di profondamente diverso da come era stato ideato, ma anche semplicemente da come era venuto. Rende inoltre impossibile la trasmissione integra del grande patrimonio di vie alle generazioni future. Ogni itinerario, anche se non sta scritto nel codice, è un bene materiale che appartiene a tutti e degradarlo può essere considerato come un’azione contro la comunità. Sono convinto e spero che questo fenomeno sia ormai scomparso.

 

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