Salgono in montagna come se andassero a passeggio in città
Non si cambiano nemmeno di scarpe. Salgono in montagna come andassero a passeggiare in città. Poi succedono le disgrazie, e tocca al
Soccorso alpino accorrere. Secoli addietro si vedeva nella montagna il luogo delle asprezze, regno del ghiaccio e dei mostri. Proibito agli umani. Chi si avventurava tra le cime era perché non poteva altrimenti. Conquistatori, contrabbandieri, pellegrini. Poi, quando la macchina fondò l'industrializzazione, venne la sfida alla natura. Arrivarono, non a caso gli scalatori inglesi, i naturalisti svizzeri. La scienza dell'uomo contro le forze selvagge. Una mentalità nuova, che travolse miti e pregiudizi. Solo più avanti nel tempo si cominciò ad apprezzare la bellezza del paesaggio, la bontà dell'aria, il silenzio dei monti che ispira contemplazione e meditazione. Nacque il turismo, prima per motivi di salute, con i grandi sanatori alpini, poi con finalità ricreative. Mentre continuava a convivere un'economia rurale basata sul pascolo e il prodotto dei boschi. L'avvento della massa si tirò dietro i modi di vivere urbani. Sempre più coinvolgendo gli stessi montanari. Automobili ovunque, seconde case, costumi e bisogni incompatibili con l'antica sobrietà dei villaggi, ormai divenuti quartieri di città. Gli stessi rifugi si trasformarono in alberghi, con ristoranti raffinati: non più solo polenta, formaggio, vino rosso e qualche letto a castello. Tutto cambia, anche i proverbi. C'era una volta il detto:
sotto la neve pane. Ora si è rovesciato. Il necessario (e il superfluo) i montanari lo ricavano da sopra la neve. Se un anno la coltre bianca viene a mancare si reclama lo stato di calamità. Non è detto che vada sempre in peggio. E ce lo dimostra un altro detto popolare:
Agosto, moglie mia non ti conosco. È stato in altre epoche l'amaro commiato del montanaro emigrante, che appena dopo l'ultima falciatura prendeva le vie del mondo, per integrare lo scarso reddito con un salario da manovale in Germania, nell'impero asburgico o nelle terre dello Zar di tutte le Russie. Lasciava casa e famiglia per far ritorno in primavera. Padri, madri, figli. L'emigrazione di tanti bimbi e bimbe dalle valli è durata fino ai primi del Novecento almeno. Servette, balie, piccoli muratori Ora, quel proverbio si è a sua volta rovesciato, in motto libertino. Il benessere ha raggiunto la montagna. Non in modo uniforme. Esiste ancora la montagna povera, dove il turismo è poca cosa e l'industria non ha trovato le condizioni per insediarsi. L'Appenino, certe zone delle Alpi occidentali, sono altro rispetto al Bellunese delle Dolomiti e delle fabbriche di occhialeria. Se qui lo spopolamento e il ruscellamento a valle, su quote più basse, è rimasto un fenomeno limitato, altrove il bosco si è mangiato intere contrade, svuotate dall'esodo. C'era un tempo l'agricoltura di montagna, belle schiere di vacche a tingere i pascoli nel bianco e nero delle
Burline. Le malghe venivano caricate a ogni stagione. Ora, le mucche e i loro saporiti prodotti sono spesso un ricordo. Almeno in molte aree. In altre, la fedeltà al settore primario è rimasta, non solo a fini economici, ma anche per mantenere lo spirito di comunità che tiene vivo il senso di appartenenza. Come accade nelle valli tirolesi. Altrove, l'abbandono di queste attività è avvenuto in pari con la caduta dell'identità culturale. Lo sradicamento, la peggiore malattia dell'animo umano, si è introdotto tra gli abitanti della montagna, con il suo luttuoso corteo di fenomeni generativi. I giovani si perdono, le famiglie si allontanano. Ne risentono, con i montanari, i villeggianti, che faticano magari a trovare sulla tavola il burro e il formaggio locale. Ma soprattutto, percorrendo le strade e i sentieri delle località alpestri troppo spesso non si avverte più quello stile di vita, fatto di naturale solidarietà umana e interesse per il forestiero. che era l'essenza del modello culturale montanaro. Fin le leggende fanno memoria di questi valori. Come quella dell'On Salvàrech ,che viene accolto in baita durante una bufera di neve, senza nulla gli venga chiesto. Grato, ritornerà per insegnare al montanaro come si fa il formaggio. Tutto questo patrimonio, di conoscenze materiali e di valori fondativi, è messo a rischio dall'ignoranza delle specificità della montagna. Che viene presa in giro, avrebbe detto Bepi Mazzotti, alpinista coraggioso ma altrettanto sapiente nel difendere i tratti significativi della cultura montanara. La
Convenzione delle Alpi, varata ancora negli anni Novanta del Novecento richiama più volte la necessità di salvaguardare l'identità delle terre alte. Scenario di presenze ladine, germanofone, slavofone, per tutto l'arco alpino, a dimostrazione che non si tratta di un muro di confine, ma di un'area aperta allo scambio.
Ulderico Bernardi
Docente Sociologia Università Cà Foscari Venezia
tratto dal Gazzettino del 27 settembre 2008