C.A.I. Treviso
 
L'Urbanistica e la montagna
di Cai - Sezione di Vittorio Veneto
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
L'urbanistica e la montagna, la sopravvivenza è un problema di tutti anche delle città di pianura

La montagna è un territorio splendido, ma diversificato. Meglio nel Veneto dire montagne, cioè: altopiani e dolomiti, colline e prealpi, divisi da stretti canali, ma anche da ampie conche vallive. La prima colonizzazione è antica. Già nella preistoria una rete di tribù celtiche fu in grado di rallentare la penetrazione romana. E' il confronto tra i popoli immigrati (venetici e germanici) e quelli autoctoni (ladini, reti) a caratterizzare l'urbanizzazione. Da questa vicenda deriva un assetto territoriale a maglia, dove le comunità sviluppano una cultura materiale che rende riconoscibile la matrice originaria: cimbra, tirolese e veneta nell'appoderamento rurale e nella costruzione urbana. L'uso civico (regole) e la debole feudalità mantengono nelle valli le forme della comunione familiare, cioè una democrazia diretta che favorisce la solidarietà sociale e la protezione dell'ambiente. Le case a blocco (masi) segnano l'insediamento cimbro e ladino, il primo con l'uso generalizzato della pietra, anche nelle coperture e nelle recinzioni (Lessinia, Asiago, Alpago), il secondo con l'adozione del legname in tronchi o in tavole per i tabià (Agordino, Zoldano, Comelico). Attorno alla contrada si stendono superfici a bosco da legno, a pascolo per gli armenti ed aree terrazzate per una agricoltura di sussistenza, mentre i servizi costitutivi della curtis (chiesa, comunanza), sono ubicati in disparte in luoghi eminenti e riconoscibili (Valle e Vigo in Cadore, Colle Santa Lucia e Cortina d'Ampezzo nella Ladinia). L'acqua fornisce l'energia per i mulini, le miniere, i cidoli per la fluitazione delle zattere e dell'esbosco. Nascono così nelle cerniere di fondovalle piccole città del lavoro (Forno di Canale, Longarone, Agordo, Fonzaso) ed allo sbocco in pianura i centri della trasformazione e della direzionalità (Serravalle, Bassano, Marostica), insediamenti compatti che adottano le tipologie della casa a schiera e del monumento pubblico con allineamenti volumetrici a filo strada. Lungo il fiume si dispongono dei cordoni edilizi diversi dai liberi reticoli degli altopiani, simili a quelli dei paesi della Pedemontana, della Valbelluna, della Valsugana. L'altimetria, il clima, l'esposizione condizionano direttamente le strutture rurali e produttive, talché la forma di ogni colmello, di ogni contrada è determinata dalla situazione geografica. Le città murate, numerose alla fine delle valli, sono invece poche all'interno. Solo Feltre e Belluno hanno una storia sociale complessa ed una struttura urbana integrata. Dopo l'incastellamento medievale con le rocche disposte a controllo dei passi (Covolo, Castelnuovo, Zumelle, Avoscan, Podestagno), la Repubblica di San Marco inserisce nel territorio interno: ville venete, chiese classicheggianti, fortificazioni militari. Essa considera le Alpi il limite settentrionale dello stato ed il confine di separazione dall'impero nemico, come documentano le stampe cinquecentesche (Jacopo de' Barbari) e i capolavori della pittura (Tiziano).
La grande trasformazione antropologica inizia nell'Ottocento, quando la montagna diviene una area-problema. Con la fine della Serenissima cessa l'isolamento, ma anche l'autonomia. Gli imperi napoleonico e austriaco sono lontani e centralisti, come del resto il regno sabaudo. Strade e ferrovie attraversano le Alpi, favorendo il prelievo delle risorse naturali, ma anche l'esodo migratorio. Si avvia l'eclissi degli insediamenti in quota. Quelli di altura si spopolano, mentre si rafforzano i filamenti edilizi disposti nel fondovalle. Le Alpi sono percorse da scienziati (Déodat de Dolomieu, Friedrich Mohs) e da alpinisti: inglesi come John Ball e Francis Tuckett, austriaci/tedeschi come Paul Grohmann e Wolf von Glanvell. Seguendo la moda, arrivano i primi turisti. I montanari importano i modelli urbani, subendo devastazioni belliche e degrado ambientale. E' l'inizio di una occupazione progressiva e inesorabile: colonie elioterapiche, grandi alberghi, seconde case, impianti di risalita con il risvolto dell'abbandono delle malghe, della fuga dai borghi. Alcuni sono sostituiti dai piani di Rifabbrico di Giuseppe Segusini, spesso progettati dopo l'incendio del vecchio paese, altri subiscono l'inserimento di leziose villette liberty, quando in epoca veneta lo stile palladiano era applicato solo alla chiesa e al municipio. Non vi è più rispetto per la cultura locale e si accentua la separazione tra le zone in basso, stabilmente abitate e l'alta montagna , dove vi è stagionalmente l'alpeggio nelle casere e la salita alle vette. I rifugi del CAI (San Marco, Chiggiato) e quelli dei club austriaci (Biella, Nuvolau), ormai centenari, sono veri monumenti, luoghi della contemplazione e della memoria da proteggere.

L'insediamento nella montagna è dunque in crisi per il tramonto delle ragioni che lo hanno prodotto, l'invasione dell'edilizia, il consumo della natura, la perdita dell'identità. La sua sopravvivenza è un problema di tutti, anche della città sottostante che ne fruisce. Bisogna avviare il recupero del patrimonio esistente, garantire la manutenzione del bosco/pascolo, conservare i grandi spazi del silenzio e del paesaggio, sorreggere l'economia locale con attività sostenibili. Occorre soprattutto restituire alla comunità l'autogoverno che aveva sotto San Marco, quando la città sentiva la montagna come un territorio amico, come la propria difesa da onorare, rispettare e sostenere.

Franco Posocco,
Cai Vittorio Veneto


tratto dal Gazzettino del primo ottobre 2008