La montagna : una realtà poco conosciuta ma con paesaggi sempre più standardizzati e urbani
La montagna è una realtà poco conosciuta, o conosciuta per stereotipi. Ad esempio, le Alpi salgono periodicamente agli onori della cronaca soprattutto per tre motivi: le catastrofi naturali (valanghe, smottamenti, alluvioni), i grandi assi di transito ed il turismo (che talvolta le violano e le deturpano) e lo spazio ludico messo a disposizione delle città delle vicine pianure (anche qui con una logica spesso solo consumistica).
Per secoli, ed almeno fino a tutto il Settecento, la montagna ha avuto l'immagine di montes horribilis dominati da spaventose forze della natura. Solo dall'Ottocento, timidamente, il turismo pionieristico e coraggioso dei primi alpinisti (spesso inglesi) osò svelare le montagne scalandole anche con intenti naturalistici e scientifici. Nel 1863 nacque il Club alpino italiano ed occorrerà aspettare l'anno 1900 perché venga organizzata, nell'ancora austriaca Cortina, la prima gara di sci della penisola.
Eppure quest'immagine negativa della montagna arriva ben oltre dopo il secondo dopoguerra, quando il territorio montano è inesorabilmente associato all'emigrazione, allo spopolamento, alla senilizzazione. O addirittura a drammi come quello del Vajont, che sembrano confermare la maledizione che grava sulla montagna, facendone un territorio fatalmente duro, faticoso, perennemente ai lati dello sviluppo generale. Ancora negli anni Settanta la montagna viene dicotomizzata molto semplicemente (e semplicisticamente) tra territori marginali (come gli Appennini) e territori affluenti, beneficiati dal tocco magico del turismo montano ormai divenuto di massa.
In realtà, nota il
Censis , occorre superare gli stereotipi e le immagini semplicistiche per capire che come suggeriscono gli indicatori socioeconomici la realtà della montagna italiana è a macchia di leopardo, in quanto alterna aree forti ed aree deboli. Ormai l'isolamento culturale e la distanza dei modelli di consumo urbano non esistono pressoché più; esistono certamente aree montane spopolate ed invecchiate, come esistono però anche fenomeni opposti di ripopolamento. Ed anche la povertà si è spesso trasformata in casi di felice industrializzazione e di offerta turistica efficace e diversificata, che va ben oltre il solo sciare. Resiste invece, come tratto distintivo, una buona dimensione comunitaria, prodotta proprio dalla qualità e dall'intensità delle relazioni sociali: cosa questa che è di per sé un ottimo indicatore di qualità della vita.
Che la montagna non sia il luogo spaventoso immaginato un tempo dai poeti latini ma nemmeno un'area di marginalità cronica lo dicono le cifre: la montagna italiana, che ha il 18,7\% degli abitanti del paese, produce il 16,1\% della ricchezza nazionale. In Veneto va anche meglio: l'8,9\% della popolazione residente in montagna contribuisce per l'8,5\% del valore aggiunto regionale; addirittura il Veneto è la regione italiana dove la montagna tocca i livelli massimi di industrializzazione, superiore anche alla Lombardia.
(vedi qui per ulteriori dati)
Di conseguenza, prosegue il Censis, non esiste una generica montagna italiana, ma ben sei tipologie distinte così chiamate dallo stesso Censis
(rapporto Censis del 2002) : la montagna come risorsa, con forte presenza turistica e redditi elevati; la montagna dell'invecchiamento e del declino demografico, per lo più nel nord ovest e nel meridione; la montagna marginale e dai bassi redditi, ancora nel Mezzogiorno; la montagna urbana e industriale, con redditi e consumi elevati; la montagna dei comuni periurbani, con presenza di artigianato e ricchezza diffusa; ed infine la montagna dei piccoli centri rurali basati sulla sola agricoltura. In realtà, sui circa undici milioni di italiani che abitano in montagna, nemmeno mezzo milione risiede nei comuni invecchiati e in declino demografico, mentre più di quattro milioni vivono in realtà urbane e industriali. Inoltre la montagna risente delle caratteristiche socioeconomiche del territorio ampio in cui si trova. Ad esempio la montagna veneta, inserita in una realtà di distretti industriali globalizzati e di imprenditorialità diffusa, ha assunto con facilità tali profili produttivi e culturali.
Uno studio della Provincia di Belluno ha confermato tale pluralismo riconoscendo l'esistenza di quattro montagne bellunesi, quattro tipologie date dalla montagna abbandonata (con forte invecchiamento), la montagna turistica (pure con qualche problema di senilizzazione), la montagna dei centri medi industriali e terziari (in cui invece l'immigrazione corregge l'invecchiamento) e la montagna del relativo benessere economico e demografico (sono soprattutto i comuni del fondo valle)
(vedi qui per riferimenti) .
Come dire insomma che la montagna non è più un mondo indistinto e a sé, terribile o incantato a seconda dei punti di vista, ma ha assunto ritmi, culture, paesaggi sempre più standardizzati e urbani condividendo il suo percorso di sviluppo con quello dell'area più vasta a cui appartiene. Forse tale immagine può apparire assai poco avventurosa e romantica, ma di sicuro appare però utile per capire i tanti volti che rivelano la complessità della montagna oggi
Vittorio Filippi,
Docente Sociologia Cà Foscari Venezia
tratto dal Gazzettino del venticinque ottobre 2008