C.A.I. Treviso
 
Quando sul K2 precipitò Mazzoleni
di Aldo Solimbergo (intervista di:)
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Quando sul K2 precipitò Mazzoleni: la montagna conosce anche successi amari

Quali obiettivi si prefiggono normalmente le spedizioni?

«La vetta! Se è l'obiettivo è chiaro il risultato è più vicino, le strategie e le azioni per perseguirlo sono altrettanto chiare. Bisogna studiare, impegnarsi per conoscerle e applicarle nel modo più efficace possibile. Una nevicata può essere interpretata in molti modi: pericolo mortale di valanghe; occasione di interrompere un'azione per riprendere fiato e riorganizzarsi in attesa del bel tempo; l'opportunità di miglioramento delle condizioni del terreno di salita Ma se la vetta è l'obiettivo ogni accadimento naturale o umano deve essere metabolizzato e trasformato in opportunità. L'obiettivo principale, poi, spesso convive con obiettivi secondari come la necessità di comunicare, di promuovere sponsor o, ancor più complesso, di realizzare programmi collaterali di ricerca scientifica. Questi, se interpretati correttamente, anziché essere un freno, possono essere - come è capitato in occasione dei 50 anni del K2 - preziosi per attivare motivazioni forti e talvolta maggiori di quella della vetta. È capitato nel 2004 che tre nostri alpinisti, che sono arrivati sull'Everest senza ossigeno, lassù in cima si sono messi a lavorare e fare misure geodetiche per quasi due ore».

Quali sono le principali attività che si svolgono per pianificare ed organizzare una nuova spedizione?

«Un'analisi dettagliata dell'obiettivo, della montagna. La sua fisica, la natura, la meteorologia, la statistica, la storia alpinistica, le eccezionalità. Insomma, la montagna bisogna conoscerla come casa propria. Poi la squadra adatta per quella montagna, per quella sfida. Una buona squadra, fatta di uomini che non mollano mai. Conoscerli anche nella vita privata e nelle motivazioni è importante, capirli e gratificarli. C'è poi la parte logistica. Significa organizzare il viaggio, i portatori di bassa quota e il trekking, il campo base e i rifornimenti, le comunicazioni tra alpinisti e i campi, l'energia elettrica, gli impianti di telecomunicazione, la salute e la sicurezza».

Come è composta una spedizione e quali i ruoli e mansioni dei partecipanti?

«Se parliamo strettamente delle persone che fanno parte di una spedizione, per esempio al K2 o all'Everest per una via nuova, o al Dhaulagiri, con una probabilità attorno al 65\% di arrivare in cima, credo che si debba partire dalla squadra degli alpinisti. Direi che il numero ideale è da 6 a 10. Un terzo di chi parte normalmente va in crisi per questioni di salute o di esaurimento psichico o semplicemente perché non è in forma o, in caso di neofiti, non è adatto all'alpinismo d'alta quota. Del resto solo un terzo arriva all'attacco finale della vetta con vere possibilità di farcela. Il terzo intermedio sono gli alpinisti che, per generosità o mancanza di tenuta sulla distanza, mollano. C'è ovviamente una parte rilevante attribuibile alla fortuna, un tentativo interrotto dal cattivo tempo e il ritorno repentino del bello preclude di solito a chi è appena tornato al campo base una possibilità di riuscita, nel caso voglia comunque tentare. Mi direte che anche le piccolissime spedizioni o quelle commerciali non hanno questa struttura. Non è vero, ce l'hanno le prime, ma dissimulata e spesso molto poco efficiente. C'è sempre la persona di riferimento ma si preferisce far finta che non esista e questo non consente una palese assunzione di responsabilità individuale e di gruppo da parte di alcuno. Il rischio è evidente, sia per il successo sia per la sicurezza. Una spedizione classica esalta l'individualità ma nell'ambito della capacità di portare un contributo al gioco di squadra. La responsabilità del risultato è in capo ad ognuno, così come quella della sicurezza. È bene e necessario che ognuno degli alpinisti impegnati per salire una via e raggiungere una vetta abbia il massimo delle possibilità di esprimere ogni sua potenzialità, di trarre il massimo risultato individuale dalla sua prestazione, sia in termini alpinistici che di gratificazione professionale. Questa è l'indispensabile premessa per il successo collettivo. Non l'amicizia, sentimento raro, ma l'interesse individuale e collettivo portano in vetta. Su questa base possono nascere grandi amicizie».

Quali sono le difficoltà/imprevisti più frequenti che si verificano durante una spedizione?

«Parliamo dal campo base in su, ovviamente. Certamente, man mano ci si avvicina alla vetta le criticità diventano molte. Un alpinista che sta male e bisogna soccorrerlo ed evacuarlo. Un cambiamento repentino di tempo, una bufera improvvisa. Ma anche un cambio previsto di meteo richiede una strategia di discesa. L'organizzazione dei campi, che devono essere attrezzati al meglio per la salita, ma anche per garantire la discesa. Gli sherpa, quando questi ci sono, e il rapporto con le altre spedizioni possono rappresentare momenti di criticità. Spesso gli sherpa portano in alto quello che vogliono e quando vogliono. Altre spedizioni possono intralciare il percorso, mettere le loro tende nelle uniche piazzole disponibili in un campo rendendo difficile piazzarne altre, c'è poi il problema dell'uso non autorizzato delle tende e del materiale da parte di altre spedizioni, il furto dello stesso, la necessità di soccorrere altri alpinisti o sherpa. Una cosa importante è saper ascoltare la ricetrasmittente. Capire, attraverso la voce, le condizioni fisiche e psicologiche, l'umore e il morale dei ragazzi in parete. Incoraggiarli o dissuaderli».

Cosa ha organizzato per festeggiare e celebrare il successo di una spedizione?

«All'Everest, nel '92, organizzammo una grande festa alla Piramide. Gli sherpa acquistarono parecchi litri di chang e qualche bottiglia di rakshi, oltre che piccole bottigliette di Kukri-rum. Fu una grande festa, piena di musica, con cantate collettive, tamburi e alcol, i nostri cuochi cucinarono fino all'alba nella grande tenda installata vicino alla Piramide. Tutto finì in un gran mal di testa. Quasi sempre si organizza una festa, anche se non sempre delle dimensione di quella. Spesso però la festa del ritorno viene fatta in patria, alla prima presentazione del film o della multivisione, normale prodotto che soddisfa l'ego alpinistico e le esigenze degli sponsor, dei supporter e di parenti e amici».

E in caso di fallimento?

«Beh, i fallimenti vengono presto metabolizzati. Le scuse sono sempre infinite quando si tratta di giustificarlo. Ma è importantissimo fermarsi per capire quanto è successo. Come nell'imparare, valutare quali errori hanno portato all'insuccesso. Ma ci sono anche successi amarissimi, come al K2 nel 96. Lorenzo Mazzoleni precipita in discesa ad una quota tra gli 8200 e 8110 metri. Un'esperienza terribile. Una tragedia dolorosissima e inaspettata, accaduta quando tutto sembrava essere andato per il meglio, quando le prime bottiglie erano state aperte al campo base. Solo allora, in attesa che tutti rientrassero al campo, base ci si era chiesti del ritardo di Lorenzo. E poi la ricerca per tutta la notte con Giampietro Verza che risaliva fino sopra il collo di bottiglia, il punto più critico, urlando il nome di Lorenzo nella notte del K2 . Solo all'alba e nelle ore della tarda mattinata, coll'avvistamento del corpo, 800 metri sotto, su un plateaux nevoso, erano finite le nostre speranze e iniziata la nostra disperazione. Non c'era nulla da festeggiare. Eppure anche allora cercai di capire, di analizzare, di rubare alla verità i segreti perché quanto accaduto non si ripetesse. Nella mia carriera di alpinista e capospedizione è stata l'unica disgrazia direttamente accaduta a un mio alpinista e alla quale ho assistito. Altre volte altre tragedie sono accorse ad altri grandi alpinisti, come quando capito nell'86 con la morte di Renato Casarotto. L'ultimo giorno della nostra permanenza al campo base dopo il successo della vetta e con già alcuni amici scomparsi e morti sulla montagna, Renato cadde in un seracco e corremmo su a tirarlo fuori a cercare, inutilmente, di salvarlo. Morì guardando le stelle e venne seppellito lì, sul ghiacciaio, vicino alla morena che lo avrebbe riportato in sicurezza a casa. Tornammo a casa con la morte nel cuore. Non guardammo indietro verso il K2 mentre ce ne andavamo. Non odiavamo la montagna ma noi stessi perché eravamo lì».


Aldo Solimbergo Cai Treviso
Intervista Agostino Da Polenza



tratto dal Gazzettino del ventinove ottobre 2008