C.A.I. Treviso
 
Sui monti della Galilea e del Libano
di Antonio Marangon
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Anche il Figlio di Dio fatto uomo amava salire sui monti della Galilea e del Libano e stare in disparte

I monti dell'Antico Vicino Oriente, almeno in quello del corno occidentale della Mezza Luna Crescente, non rappresentano una barriera dalle alte cime. Lo sono invece quelli verso la catena del Caucaso, in area nord-orientale.
Così ai profeti e ai saggi ispirati, che hanno redatto le pagine della Bibbia nella sua sezione più ebraica, non poteva venire dal vissuto esperienziale il riferirsi, concreto e simbolico, a vette montagnose da scalare, ad alte barriere naturali intransitabili.

C'erano (e ci sono) due cime alle estremità della terra occupata dall'Israele biblico: l'Hermon, a Nord della terra promessa - ultimo baluardo della catena dell'Antilibano - e il Sinai, nella punta più meridionale della Penisola sinaitica. Ambedue intorno ai 3.000 metri di altitudine. Molto ben presenti nel testo sacro del popolo di Dio, ma non a motivo di una tradizione escursionistica israelitica: vi salivano i turisti dello spirito, per cercare non le cime, ma il Dio delle cime; neanche proprio per vederlo in volto, ma quasi di spalle. E udirne la vibrazione nel silenzio! Così annota la Bibbia nel libro dell'Esodo (cap. 33) e nel primo libro dei Re (cap. 19).

Eppure, il verbo ebraico che rende l'esperienza del salire, del tendere verso l'alto, è tutt'altro che raro nella Scrittura sacra di Israele. Secondo G. Wehmeier, quella radice verbale vi ricorrerebbe 8.888 volte, senza contare la frequenza di una dozzina di derivazioni nominali. Due poi sono i generi più evocati di salita da una quota inferiore ad una più alta, cui l'uomo tende con suo forte impegno e speranza.

Anzitutto, la salita che è ogni esodo da schiavitù! Da quella originaria e tanto amara, quale Israele visse sotto gli egiziani; all'altra non meno costosa sui fiumi di Babilonia. Mosè e profeti non esitarono di interpretare come salita (e non genericamente quale semplice esodo=uscita, come si tende a tradurre!) il pervenire del Popolo di Dio a condizioni di autonomia e di indipendenza.

Per chi è nell'infraumano di certe esperienze di miseria e di servitù, le aree di liberazione e di ricuperata dignità personale - sottolinea la Bibbia sono altipiani da sogno. Solo chi ci vive lassù da sempre può considerare quelle costose escursioni=fuga quali normali fenomeni di esodo e/o di trasferimento turistico!

L'altra ascensione, di cui si parla nella Bibbia, ha per meta il monte sulla cui cima sta Gerusalemme, con al suo centro il Tempio del Dio di Israele. L'altitudine geografica è qui relativa: circa 800 metri sul livello del mare; che diventano più di 1.200 rispetto alla fossa giordanica orientale, ove si trovano Gerico e il Mar Morto.

Evidentemente, verso il monte in cui risiede il Signore dell'universo, la salita assume pienamente il significato di pellegrinaggio, di ascesa anche interiore di quanti decidono di affrontare il santo viaggio: come stupendamente interpretano alcuni Salmi della fede israelitica, quali il 46, il 48, il 122 e il 125.

Già questo ruolo e questa missione di Gerusalemme erano state formulate con il tono di annuncio e di appello nel secolo ottavo avanti Cristo. Quell'oracolo è stato fatto proprio sia dal profeta Michea (4,1-3), sia dal profeta Isaia (2,2-5). Eccone da quest'ultimo il testo integrale:

Alla fine dei giorni,/ il monte del tempio del Signore/ sarà elevato sulla cima dei monti/e sarà più alto dei colli;/ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno:/Venite, saliamo sul monte del Signore,/ al tempio del Dio di Giacobbe,/perché ci indichi le sue vie/e possiamo camminare per i suoi sentieri./Poiché da Sion uscirà la legge/e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti/ e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, / le loro lance in falci;/ un popolo non alzerà più la spada/contro un altro popolo,/ non si eserciteranno più/nell'arte della guerra.

Chissà come e quando si realizzerà questa salita dei popoli al monte del tempio del Dio d'Israele!

Ci sono infine altri monti segnalati e descritti dalle pagine della Bibbia di Israele e del Nuovo Testamento cristiano: il Libano, il Carmelo, il Tabor, ecc. In certa misura, le aree montagnose non le pianure della Filistea e del Sharon erano state per l'antico popolo ebraico l'habitat e lo scenario ordinario della sua vita quotidiana; come pure della sua religiosità, non sempre ortodossa del tutto! Sulle alture, infatti, Israele cercava anche gli idoli delle nazioni: i Baal; le divinità della fecondità; i Molok.

Una linea di religiosità genuina, tuttavia, attraversa l'intera Bibbia ebraica e cristiana; ed è quella che segnala la ricerca sui monti di purificazione di sé, di sguardo estetico e insieme estatico e sapienziale: per una suggestione che ci si dà, o che si riceve? per una fuga verso il silenzio lontano dalle voci assordanti e ripetitive della pianura o per l'aspirazione talvolta inespressa di percepire la voce di colui che giù è stato messo a tacere? Forse, per ritrovare dignitose misure di creaturalità e di senso del limite, che unicamente possono ridare equilibrio e pace all'uomo!

Circa duemila anni fa, sui monti della Galilea e del Libano non sarebbe stato infrequente incontrarsi con un singolare escursionista dello spirito, originario di Nazaret! Il Vangelo secondo Matteo ci informa che lui - Figlio di Dio fatto uomo- amava salire su monti alti, in disparte!

Don Antonio Marangon,
Docente Esegesi biblica Seminario Vescovile Treviso

tratto dal Gazzettino del primo novembre 2008