C.A.I. Treviso
 
Faticare in montagna per superare i limiti
di Lucio Polo
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Faticare in Montagna è passato di moda; ma la voglia di superare i propri limiti non passerà mai

Perché tornare a faticare in montagna ?

Una volta esistevano due specie di case chiuse. Quelle fatte chiudere dalla senatrice Merlin, il Cielo abbia in gloria la nobiltà dei suoi intenti e quelle chiuse perché nessuno ci abita più. Queste esistono oggi più di ieri. Parrebbero moltiplicarsi a vista docchio. Dovunque: nelle campagne, in montagna , nel cuore della città fate una passeggiata per Venezia, e appena alle spalle delle due o tre grandi direttrici della transumanza turistica, è un'inertesfilata diimposte serrate che vi accompagna per fondamenta e campielli. Stanno come occhi spenti che si riflettono stanchi. Tenti di farteneragione, ma è sempre tristezza che stringe il cuore, perché una casa abbandonata è la muta, cruda, perfetta metafora della caducità di tutte le cose. Non sempre e nonper tutti, naturalmente. Lo sguardo volpino non trae la gente immobiliare a simili paturnie, e si capisce. La percezione della realtà, di qualunque realtà, è tutta nostra. Vi mescoliamo dentro noi stessi: personalità, cultura, storia, interessi, e il suggello lo pongono le circostanze. Ai più la vista di una casa vuota e chiusa dà maliconia. Quelle sparse nei boschi di montagna , per esempio, oquelle che di lontano biancheggiano tra i borghi alpini e sembrano sorridere. Poi da vicino ti accorgi che nessuno le vive ela gente del luogo, quei pochi, alzando le spalle, ti dice che là non viene più nessuno. I proprietari sono invecchiati e i giovani hanno altri giri.

Ahimè, questo troppo lungo e grigio incipit per discorrere proprio del disamore della gioventù per la casa di montagna di nonni e genitori. I ragazzi parrebbero legati alla mobilità motorizzata, al cambiamento, alla velocità, alle discoteche, all'informatica, alle compagnie del sabato sera e comunqueal mondo aperto e mutevole della pianura, più che alla severità immobile e poco affabiledelle montagne. I sondaggiattestano, almeno sembra, perché un sondaggista che sa il suo mestiere se vuole ti fa dire quello che vuole che per i giovani e sono molti - la montagna è sport invernale: punto e basta. Scalate e free climbing sono per pochi. Escursionismo per meno ancora. Attorno allo zero quelli che amano trascorrerequalche periodo con i genitori nella seconda casa di montagna , dove, piano piano, alla fine gli anziani non arrivano più. Negli anni andati, le seconde case esistevano solo nei sogni, eper i giovani le montagne sull'orlo dell'orizzonte erano il piaceredell'evasione, del contatto con una natura-natura, la soddisfazione della scoperta, del cimento con se stessi, di un'esperienza che metteva subito in conto una accurata organizzazione, una certa dose di imprevistie sopra tutto autentica fatica, trattabile a pane e acqua fresca. Tutto questo, oltre che nel piacere, nel segno di un'esperienza'importante per la crescita personale, del resto conosciuta ed esaltata in montagne di scritti sull'andare in montagna . Ma oggiche èoggi, proprio la fatica sembra essere la chiave di volta del disinteresse giovanile per la montagna . Certe volte, discorrendo con i ragazzi, diventa perfino imbarazzante (ma anche divertente) cercare di spiegargli che fatica è bello, che è salute, che senza fatica non si va da nessuna parte, che corpo e anima rinvigoriscono, che affrontare la montagna èun prezioso allenamento per la vita eccetera eccetera. Alcuni manco ti badano. In altri l'ascolto di pura compiacenza lo coglinello sguardo, che in altri ancora si fa vago e canzonatorio,comunque c'è sempre quello che ti stende con la domanda: ma se posso fare tutto questo e altro ancora senza fatica, perché dovrei rompermi a faticare? Domanda da un milione di euro, e risposta scritta dall'eternità in tutte le cose: ciò che si può avere e fare ed essere con minor fatica, si fa ed è. Per questo un sasso cade da sempre e per sempre cadrà in perfetta linea retta. Ma guardarsi dal tirare patetiche e in fondo acidule litanie sulle nuove sfaticate generazioni di bambocci che non sanno non vogliono non capiscono e via deplorando. Il discorso si ripete dai tempi biblici e tuttavia incredibile ma vero - la vita continua perché ogni generazione ricrea ilmondo aimmagine delle proprie esigenze, delle proprie speranze, di valori diversi magari opposti ai precedenti.Oggi esattamente come ieri e come domani. La sorte ha concesso alle teste bianche di oggi il privilegio di vivere in certo modo una doppia vita: la prima nel mondo di ieri, la seconda in quello completamente cambiato di oggi: roverso, disse e scrisse trent'anni fa quell'uomo di gran genio che fu Giuseppe Mazzotti. Roverso epieno di brutture: può darsi. Ma certamente ricco di cose nuove e stupende. Al C.a.i. di Treviso si racconta e si scrive di quelli che nell'altro secolo partivano d'inverno alle quattro del mattino, stretti nel cassone di un camion al riparo di un telone con sci pesantissimi lunghi due metri per andarefino al tramonto a pane e formaggio e un gocciosu e giù per i pendii delle feltrine. Si divertivano, era bello e quelli che sopravvivevano alle polmoniti (gli antibiotici mica c'erano) ne hanno lasciato gaie testimonianze. Ebbene, oggi sappiamo tutti come e dove si va a sciare, e come si usi la montagna il meno faticosamente possibile. Verosimilmente, è sempre lo stesso piacere, lo stesso godimento, dispiace per la fatica che non c'è quasi più, e lasciamo pure alla corporazione degli specialisti analizzare con lo specillo delle teorie, comparare e disquisire su comportamenti, valori, disvalori. Di fatto, il vecchio montanaro che sta sulla soglia della baita guarda stupefatto, e noi con lui, alle piste gremite di sciatori: uomini e donne, bambini e anziani: gente di tutte le età, cosa mai vista, in passato.

Ma i nostalgici dell'andare in montagna come una volta non disperino. Il passato tante volte ritorna, se Eraclito non racconta storie, tutto scorre, tutto muta. Può essere che proprio la fatica, nuove generazioni la eleggano a valore e per esempio torni degno di ammirazione risalire a piedi le piste, zaino sci e quant'altro in spalla, lasciando ai soliti baluba l'ovovia.Forse bisognerà attendere un po, ma che fretta c'è.

Lucio Polo,
Psicologo ed Editorialista


tratto dal Gazzettino del cinque novembre 2008