C.A.I. Treviso
 
In montagna non si può essere viaggiatori
di Piero Bordignon
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Per andare in montagna non si può essere soltanto dei viaggiatori per i quali la meta non ha alcuna importanza.

L'uomo d'oggi si caratterizza per essere un semplice viaggiatore/ viandante per il quale la meta non è essenziale. Essenziale è muoversi, uscire per un altro posto qualsiasi a portata del proprio portafoglio. In condizioni di assenza/indifferenza di mete qualunque posto è privo di significato.

Andare in montagna, viceversa, richiede di assumere una decisione rispetto ad una meta scartandone altre possibili e significative. Chi va in montagna è quindi come un pellegrino per il quale il luogo/meta è un assoluto. Scelta la meta è però altrettanto vero che la meta in qualche modo si impone. Non posso affrontare una ferrata se ho le vertigini, fare una scalata senza corde, chiodi e imbragatura. La meta , inoltre, si pone al futuro. Quindi noi non siamo coincidenti con il presente perché crediamo che la meta /futuro possa avere un possibile fascino che passa attraverso la fatica della rinuncia alla stabilità/tranquillità del presente. Ciò significa, quindi, che il senso della mia vita è apertura del presente al futuro. Se la meta è il mio futuro è anche vero che questa richiede il mio passato (essermi allenato, aver studiato i sentieri possibili etc.). Nella meta fissata e poi raggiunta il mio passato trova quindi il proprio significato.

Andare in montagna, inoltre, implica delle scelte precise ed essenziali su zaino, cartografia, bussola, scarponi, abbigliamento, cibo e bevande. Poiché non porto cose inutili, andare in montagna diventa un esercizio di liberazione dall'io possessore, dall'esibizionismo e dalle tantissime cose poco significative che dominano il mio quotidiano. Affrontare la montagna richiede di lasciare la propria casa, la propria sicurezza, la propria tranquillità; richiede cioè di mettersi in esodo. Analogamente, se pensare è essere uomini, la condizione di esodo è indispensabile per ogni pensiero e per poter essere uomini (se voglio, cioè, che il pensiero sia il mio e non la ripetizione del pensiero di un altro).

Il cammino in montagna quasi sempre si fa in compagnia per poter condividere la fatica ma anche la bellezza della scoperta. Lo stesso vale per il nostro pensiero che è fatica. Però è fatica che potrebbe essere condivisa perché il pensiero è parola, è dialogo, è confronto con il diverso. Insomma, come in montagna ci fermiamo per chiedere informazioni a chi incontriamo, così nella fatica del pensiero sentiamo il bisogno dell'altro. In montagna poi la presenza dell'altro non è peso ma libertà, comunione libera; nella fatica, scopriamo che gli altri non sono più persone anonime ma compagni della tua fatica, della tua speranza, del tuo amore per la libertà delle vette. Per questo saluti sempre lo sconosciuto e dialoghi con chi incontri e se stai salendo sei comunque contento se l'altro ti mente sulla meta perchè lui ci è arrivato, è felice, e questo è il futuro che ti attende.

Il cammino in montagna molto spesso si fa in silenzio perchè non si ha nemmeno fiato per camminare ma anche perchè non è la parola inutile che ti fa arrivare. Ma facciamo silenzio anche per poter ammirare i paesaggi sempre nuovi che nella montagna si offrono improvvisamente. E questo potrebbe anche essere metafora della vita. Perchè la vita non è il succedersi dell'identico ma è sempre l'accadere del nuovo. Quindi la vita non può essere solo oggetto di programmazione perché di fronte al nuovo che si offre come dono significativo devo recuperare la capacità di lasciarmi sorprendere, di essere investito dalla meraviglia che viene ad arricchire la mia povertà. E la montagna non solo ci insegna la nostra povertà/fragilità, ma ci mostra come questa povertà non sia vergognosa e come possa essere integrata. Per arrivare alla meta bisogna progredire con lentezza e non pretendere di imporre tempi nostri; bisogna cioè farsi dettare i tempi dalla montagna. Lo stesso vale per il pensiero. Il pensiero richiede la fatica del silenzio, la pazienza dell'ascolto e del confronto, la fatica della solitudine e la coscienza della propria ignoranza. È nostro il pensiero, ma ha anche una sua autonomia, ha sue leggi che non possiamo non rispettare. Si offre la vetta a tutti, come il pensiero si offre a tutti. Non tutti siamo obbligati alla vetta, non tutti siamo obbligati al pensiero. Per raggiungere la vetta spesso ci affidiamo a sentieri aperti da altri, segnati bene, facili da leggere. Però, altrettanto spesso, ci troviamo di fronte a sentieri interrotti: è questo fa parte dell'avventura della montagna. Nella vita e nell'avventura del pensiero spesso possiamo ricorrere ai sentieri già battuti. Sempre, però, qualche sentiero, almeno, lo dobbiamo aprire noi. E spesso siamo proprio noi a tracciare sentieri interrotti, che non vanno da nessuna parte. Però la forza che ci viene dalla certezza della vetta dovrebbe aiutarci a riprendere il cammino nella speranza di non perdere troppo tempo in sentieri interrotti.

Nella fatica del cammino spesso pensi alla inutilità di questa fatica, alla sua assurdità, pensi alla perdita di tempo. Ciò che ti fa andare oltre è il desiderio, l'amore della meta . È l'amore il senso della vita e il senso anche del pensiero. Solo un amore che non sia confuso con l'immediatezza della soddisfazione è, dice Platone, ciò che fa rispuntare le ali che ci permettono di volare alto, di volare dove è possibile trovare il bene e il bello. Ed è solo l'amore per il bene e il bello che ci permette di affrontare la fatica inutile del pensiero. Si arriva alla vetta, stremati, e si potrebbe trovare la nebbia e non vedere proprio niente . Anche la fatica del pensiero può offrire la nebbia. Ma alla nebbia sei arrivato tu, e non altri, e, forse, continuerai a cercare nella speranza che la nebbia si diradi. La speranza è che quando arrivi ci sia il sole. E allora contempli e la contemplazione diventa ancora più vera proprio perché sei esausto e non guardi alla realtà dal tuo pregiudizio.

Con una apertura a 360 gradi resti estasiato. Ma subito comprendi la necessità di girarti perché non puoi controllare i 360 gradi. E nel pensiero oltre alla possibile contemplazione comprenderai immediatamente che la fatica ti offre, dalla vetta, non la verità, ma la prospettiva. È un fallimento? No, perché solo ora capisci che la bellezza della vetta e la visione che questa ti offre è sempre troppo bella per essere racchiusa dalle tue povere categorie ed è sempre eccedente la tua misura umana. Ma qui sta anche la possibilità della parola, della comunicazione. Tornati a casa con i compagni di fatica, ognuno avrà raggiunto la stessa meta eppure ognuno dirà una meta diversa. Ma i discorsi sono confrontabili e si possono integrare e così continua lo stupore della meta raggiunta e mai racchiusa.


Don Piero Bordignon,
Docente filosofia Istituto Pio X


tratto dal Gazzettino del quindici novembre 2008