C.A.I. Treviso
 
Cinema di montagna e media
di Roberto Serafin
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Cinema di montagna, è difficile restare in cima all'attenzione dei media

Un genere minore?
Non si direbbe tenendo conto delle 24 rassegne specializzate legate alla cordata di Alliance, che nel mondo perpetuano il mito del cinema di montagna (5 solo in Italia!). Certamente la struttura portante dell'industria cinematografica si basa su altri generi: la commedia sofisticata, il thriller, il fantascientifico, il western e così via. Appropriandomi di un concetto espresso dallo storico Gianni Rondolino in Cinema delle montagne (UTET, Museo nazionale della montagna, 2004), mi sento tuttavia di confermare che è proprio la condizione di minorità del cinema di montagna a evidenziarne la sostanziale originalità. Di sicuro la varietà delle storie e dei personaggi che si muovono sullo sfondo delle montagne non ne ha mai limitato, fin dai primordi, la struttura spettacolare.Da principio è una montagna aspra, ostile e remota quella che appare sugli schermi. Più che comprensibile. Mentre sul mondo incombe lo spettro della prima guerra mondiale e le accese passioni patriottiche condizionano l'andare per monti lungo gli ingiusti confini, il cinema propone la montagna con toni cupi e ossessivi, icone di un diffuso malessere sociale che tocca da vicino le vallate. Lo confermano, per fare un esempio riguardante la cinematografia francese, film come 'Enfant du montagnard (1908) in cui il ragazzino scaraventa nel burrone l'uomo che ha condotto suo padre alla rovina o quello contemporaneo della Pauvre aveugle che, cieca, finisce a sua volta nel burrone per sfuggire al figlio violento e ubriacone.Il fascino melodrammatico della montagna si spalma dunque su questo genere di cinema con una curiosa moltiplicazione di effetti. Quasi che vendette, tradimenti e orrende saghe familiari assumano nell'oscurità sepolcrale di cenge e burroni una corposa teatralità. Senza voler forzare i significati, è intuitivo che in queste raffigurazioni di una montagna rappresentata quale muta testimone dei destini umani si possano rintracciare le premesse della nascita negli anni Venti del Bergfilm: quel filone che si connota con un forte idealismo e personaggi in preda a forze profonde e primigenie.In quegli anni il cinema di montagna si allontana dalla meschinità quotidiana e comincia a delineare figure eroiche, spesso impersonate dal popolare Luis Trenker, gardenese, sempre aitante e abbronzato, sempre ripreso da sotto in su. Tanto che il nome di Trenker era ed è ancora sinonimo di montagna. Il suo cinema, al quale il Museo nazionale della montagna Duca degli Abruzzi ha dedicato nel 2001 una grande rassegna, si associa in area tedesca con quello di Arnold Fanck e di Leni Riefenstahl, magistrale cronista dei Giochi olimpici di Berlino (1936).
Nel ricostruire la storia del cinema di montagna, impegno asolto con molti meriti per il TrentoFilmfestival da Franco De Battaglia (In cima al mondo, 50 anni di cinema di montagna, 2002) occorre sottolineare come ai francesi vada attribuito nel secondo dopoguerra l'altro polo della cultura di montagna rispetto alla sensibilità panteistica del Bergfilm tedesco. Tappe fondamentali della cinematografia di montagna transalpina sono Etoiles et tempestes di Gaston Rebuffat, Gran premio a Trento nel 1955 e Les etoiles du Midi di Marcel Ichac: opere in cui fa capolino la dimensione esistenziale e culturale degli intelettuali della Rive Gauche. E la forza di volontà unita alla gioia di vivere vi traspare in ogni sequenza. E' in questo scenario che si affaccia nel 1959 Il tempo si è fermato di Ermanno Olmi, nato come documentario sui grandi lavori idroelettrici dell'Enel, protagonisti il vecchio guardiano della diga radicato alla cultura alpestre e valligiana e il giovane al primo impiego mandato ad aiutarlo.Olmi a parte, che oggi naviga nel Gotha dei maestri assoluti della decima musa, esiste o è mai esistita una via italiana al cinema di montagna? Non mi sembra che si possa considerare un caposcuola Mario Fantin, autore negli anni Cinquanta di esemplari documentari e, in particolare, delle riprese in quota nel film ufficiale sulla spedizione italiana al K2 del 1954. Fantin aveva messo la sua Bell and Howel al servizio di una comunicazione diretta della montagna, senza sovrastrutture o snobismi culturali. E anche l'esperienza di Folco Quilici, il cineasta di Sesto continente, con il suo documentario sulle Alpi realizzato per il CAI e oggi distribuito in dvd, è da considerare casuale. Del resto è da quel dì che sullo schermo più prestigioso del cinema di montagna, quello di Trento, i film più premiati e considerati battono bandiera straniera. Nel 1975 Solo dell'inglese Mike Hoover viene accolto come una rivelazione e quasi con sollievo: la montagna esiste ancora, è ancora possibile recarvisi con fantasia, libertà e poesia. Il cinema di alpinismo è d'altra parte marchiato a fuoco dai nomi prestigiosi di Lothar Brandler, Kurt Diemberger, Gerhard Baur, tutti di area tedesca e tutti assai dotati nelle riprese d'alta quota grazie alla loro preparazione alpinistica.Più avanti, negli anni Novanta è l'inglese Leo Dickinson a salire in cattedra con il classico e spettacolare Ballooning over Everest, incalzato dal giovane allievo Michael Dillon vincitore nel 1993 con lo spettacolare e ironico Sea to summit. Così è comprensibile che quando nel 2007 (e siamo ai giorni nostri) a Trento vince un italiano dopo un lungo digiuno tutti gridino al miracolo. Peccato che Primavera in Kurdistan, un documentario sui guerriglieri curdi, abbia scarse parentele con il cinema di montagna. E lo stesso dicasi del film 4 elements della regista olandese Jiska Rickels, vincitore nell'edizione di quest'anno. Un'operina scolastica, dedicata a terra, fuoco, acqua e aria. E' come se la maggiore rassegna di montagna di cui il Club Alpino Italiano è socio fondatore guardasse altrove, incapace di ritrovare nelle sue radici la ragione stessa della sua esistenza.

Davanti a queste realtà mi sembra da temerari azzardare un'ipotesi sul futuro del cinema di montagna. Può darsi che sempre più arduo possa prospettarsi il compito di condurre in porto una rassegna specializzata in una Penisola inflazionata dai festival, dove si contano più di 1300 iniziative sui temi più disparati. E mi rendo conto che una ventina d'anni fa, quando mi è capitato di fare parte dello staff del festival allora diretto da Emanuele Cassarà, maestro riconosciuto del giornalismo di montagna, era tutto più facile: Messner, per dire, era al colmo della popolarità ed era circondato da personaggi come il grande Fosco Maraini, lo speleonauta Gianni Badino, lo skipper Cino Ricci, il leggendario Alfonso Vinci, l'immancabile Riccardo Cassin.

La mia impressione è che per stimolare i giovani cineasti e intercettare un pubblico nuovo e giovane, senza trascurare di fidelizzare quello naturale della rassegna, qualche particolare possa essere messo meglio a fuoco. Ottime prospettive sono offerte dalla web Tv che consente di mandare on line spezzoni di film e interviste. Deduco che con questo mezzo sempre più il cinema di montagna potrebbe, aprirsi a internet e ai suoi utenti mettendo a disposizione gratuitamente e legalmente film cult, corti e documentari di montagna. E altro ancora si potrebbe fare. Per esempio portare in dvd, nelle aule scolastiche italiane, un'antologia del cinema di montagna. Un grande progetto sia culturale, sia della memoria. E' una proposta che farei prima di tutto al Club Alpino Italiano nel cui grembo il cinema di montagna è cresciuto e grazie al quale speriamo che possa continuare a esistere.

Roberto Serafin,
Giornalista


tratto dal Gazzettino del ventisei novembre 2008