C.A.I. Treviso
 
Le infinite vite della montagna
di Domenico Luciani
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino.

Articoli del centenario
 
Tra i due estremi, nei millimetri della goccia che cade e nei chilometri di roccia, stanno le infinite vite della montagna


Noi abitanti della pianura veneta vediamo le montagne dalla finestra, dalla strada, dal campo, dalla cella campanaria del campanile del nostro paese, guardando a nord, con la luce alle spalle, con l'alba a destra e il tramonto a sinistra. Non è così dappertutto. Gli abitanti della pianura emiliana le vedono controluce, con l'alba a sinistra e il tramonto a destra, come gli abitanti della Francia meridionale, della Baviera, della Transilvania e di tanti altri posti del pianeta, nei quali mi è accaduto di provare una curiosa crisi di orientamento, nella realtà e, ancor più, nell'uso delle carte topografiche. Noi le guardiamo inquadrate da un duplice filare di pioppi, da due file di viti o riflesse nello specchio di un canale. Qui, vicina, è la geometria orizzontale del nostro territorio cartesiano. Lì, lontana, è l'ondulazione delle varie orografie lungo l'orizzonte.È questa la struttura nel nostro immaginario, la stratificazione di linee, il raduno di cose che ci fa sentire a casa. È una struttura che viene dalla storia di lunga durata, e che ha trovato cantori e inventori capaci di farle parlare un linguaggio universale. Penso a Petrarca e alla descrizione delle Alpi viste dalla sua casa nella campagna milanese.
Penso a Giovanni Bellini, il pittore più grande di tutti i nostri pittori nell'ultimo trentennio del secolo xv e nel primo quindicennio del secolo xvi. Penso a qualche esempio vicino, la piccola crocifissione del Museo Correr, il Battesimo di Cristo di Santa Corona a Vicenza, la Sacra Conversazione di San Francesco nella Vigna, la Pietà delle Gallerie dell'Accademia.Eccole, le nostre lontane montagne, quei cieli luminosi che indagano al tramonto sui diversi ordini di profili delle colline e delle prime montagne (c'è quasi sempre il Grappa) e più in là sui denti azzurrini delle aspre dolomie. Quelle lontane montagne. Sempre presenti e necessarie per definire l'orizzonte, per dirci dove siamo. Sempre pronte a spiegarci il tempo che fa e il tempo che cambia, a misurare lo spazio che sta tra loro e l'osservatorio dal quale abbiamo imparato a guardare il mondo. Questa tensione verso la montagna è parte fondativa del nostro rapporto con la natura, della nostra stessa appartenenza alla natura. E della nostra cultura, nella metamorfosi del gusto che alla fine del Medioevo passa dall'idea del paradiso come città murata e sicura all'idea del paradiso come vasto mondo di pietre, alberi e animali fuori dalle mura. Fino al Settecento che canta la meraviglia sublime delle vette e degli abissi. L'educazione che abbiamo ricevuto nell'infanzia e nell'adolescenza affida alla montagna un ruolo moralizzatore e un potere salvifico di elevazione. L'escursionismo delle élites ottocentesche, l'etica e l'epopea dell'alpinismo, la stessa spinta ecologistica recente e perfino l'insidiosa invasione stagionale di massa traggono origine da questo profondo contenuto di sublime e di sacro della montagna.Siamo dunque spinti a conoscere da vicino le nostre montagne e siamo anche tentati di sfidarle. Basta l'esperienza di una passeggiata in montagna in una di quelle giornate d'autunno, meravigliose se il tempo è bello. A me piace tornare nella valle agordina di San Lucano. È come passare dal cannocchiale al microscopio. Ogni cosa prende un nome. Ogni rivolo d'acqua, ogni capitello, ogni casa, e naturalmente ogni cima. Le metamorfosi geologiche accadute nei milioni di anni (centinaia di milioni di anni) e il lavoro svolto dall'uomo nei secoli (decine di secoli) si mescolano a formare un ambito che assume caratteri del tutto speciali. La passeggiata a fondo valle, seguendo il torrente Tegnàs, si svolge a quote modeste tra i 618 m.s.l.m.m. di Taibón, dove il torrente Tegnàs si immette nel Cordevole, e gli 843 del Rifugio Col di Pra, dove il torrente Bordina si immette nel Tegnàs. Alte coste e pareti incombono. A destra, al sole, le Pale di San Lucano. A sinistra, all'ombra e controluce, la mole stupefacente dell'Agner (2.872 m.), in piedi più di 2.000 m. sopra di noi. Sotto la Terza pala (2.355 m.) la differenza di quota supera i 1.500 m. Misurata in pianta nella cartina 1:25.000 la cima è a meno di 1.000 m. dalla strada. Hanno qui agito le grandi fratture poste dai geologi tra i 220 e i 240 milioni di anni che vediamo nelle canne inclinate delle Cime di San Sebastiano (2.488 m.) inquadrate in fondo a oriente. Ha poi lavorato a lungo e a varie riprese l'energia del ghiacciaio, e il risultato ben visibile è la forma a U del profilo della valle. Assistiamo alla rappresentazione spettacolare dei risultati di rovina prodotti sulla superficie della terra dall'azione di forze terrificanti: la spinta verso l'alto che viene dal cuore incandescente del pianeta, la spinta orizzontale originata dal movimento delle masse continentali, la spinta verso il basso della gravità combinata con lo scorrere del tempo. La passeggiata si conclude alla Cascata dell'Inferno. Dal sentiero che sta sulla riva destra del torrente Bordina risaliamo fino a un punto nel quale incontriamo, in pochi metri, la genesi di una delle infinite microraccolte d'acqua dal sottosuolo. Appena sopra di noi l'humus, con le radici di un abete ben in vista, ha lo spessore di circa un metro e poggia su un blocco di roccia stratificato di non più di una decina di metri cubi. L'humus con le radici appare quasi asciutto, ma da ogni strato della pietra scendono gocce con varia frequenza e, da una sporgenza, un filo d'acqua continuo. Tutte queste gocce e il filo d'acqua vanno insieme a formare un rivolo che attraversa il sentiero e va nel torrente a contribuire al bianco tumulto della cascata appena sotto di noi. Il senso della montagna si compie così, come tensione tra due estremi, da una parte una figura minuscola dell'idrogeologia e dall'altra una figura immensa della geografia, tra una microsorgente e un vasto teatro. Tra i due estremi, nei millimetri della goccia che cade e nei chilometri della parete di roccia, stanno le infinite forme e le infinite vite della montagna. Entrambi gli estremi ci sono necessari perché ci aiutano a dare senso e misura al nostro modo di stare al mondo.


Domenico Luciani,
Direttore Fondazione Benetton Studi e Ricerche


tratto dal Gazzettino del ventinove novembre 2008