La montagna senza valide alternative è destinata ad essere abitata solo dagli anziani.
Molti fra gli amanti della montagna ricordano la bella canzone di Bepi De Marzi (l'autore di Signore delle Cime) che inizia così: La contrà de l'Acqua ciara no zè più de l'alegria quasi tuti zè 'ndà via, solo i veci zè restà. Con la capacità di sintesi che hanno solo i testi poetici, De Marzi riassume le vicende della popola zione delle montagne e delle alte colline venete (e di tutta Italia), fra la fine della prima guerra mondiale e gli anni Settanta. Ma il rapporto fra popolazione e montagna non è stato sempre lo stesso. Fino a metà del 700 le montagne erano poco popolate, ma la popolazione era pressoché costante. L'età al primo matrimonio era alta e molte persone non si sposavano affatto. Ma, soprattutto, la popolazione non cresceva a causa di continui rivoli emigratori verso le pianure. Ad esempio, dall'Alpago c'era un incessante flusso di servitori verso Venezia. In un bellissimo studio su San Candido, in Pusteria, Margareth Lanzinger mostra che nel 700 il rapporto fra popolazione e risorse era rigidamente regolato. L'età al matrimonio era altissima, e per mettere su casa a San Candido c'era bisogno del permesso del consiglio dei capifamiglia. Nel secolo successivo, anche la montagna veneta è coinvolta da una vera e propria crisi demografica, causata dall'innalzamento della mortalità infantile e da vere e proprie crisi alimentari, così ben descritte per lo Zoldano da Sebastiano Vasalli in Marco e Mattio.Dopo il 1850, le cose cambiano di nuovo. Grazie al diffondersi dei benefici della rivoluzione scientifica e industriale, la mortalità infantile inizia a diminuire e la popolazione ad aumentare rapidamente. In un libro della Fondazione Benetton, Andrea Zannini ha illustrato magistralmente il caso di Seren del Grappa, dove per far fronte all'incremento della popolazione si tagliarono i boschi comuni, si piantò il granoturco fin oltre i mille metri, si esasperarono all'inverosimile le emigrazioni stagionali e infine con il finire del XIX secolo molte persone iniziarono ad andarsene per sempre. Ma come abbiamo detto è a partire dal 1918 che le cose cambiano drasticamente, e inizia lo spopolamento montano. Il crollo dell'agricoltura e dell'allevamento montano; la volontà di far studiare e dare un futuro ai figli; l'incapacità di creare valide alternative economiche all'agricoltura di sussistenza, spingono molti giovani ad abbandonare i monti. Si tratta speso di un vero e proprio esodo, che in alcune zone dove, come dice Mauro Corona, non c'è la neve firmata continua tuttora. Di conseguenza, il paesaggio delle montagne e delle colline venete e italiane è radicalmente cambiato In tutto il basso Comelico non c'è più nessuna mucca. Oggi la superficie boschiva dell'Italia è doppia rispetto al 1951.
Negli ultimi decenni, alcune zone sono riuscite a resistere. In Alto Adige l'agricoltura è stata mantenuta in vita da generosi contributi e dal maso chiuso. In gran parte del Bellunese almeno fino a qualche anno fa gli occhiali hanno sostituito le mucche nel dare il pane alla maggior parte delle famiglie. Anche il turismo riesce a trattenere la gente in montagna . Ma nel complesso, al di fuori di alcune aree ristrette, il rischio di desertificazione e forte invecchiamento per la montagna veneta e italiana e tutt'altro che scongiurato. Perché anche in montagna la natalità è bassa, perché la montagna fatica ad attrarre immigrati, e perché il sistema economico montano è debole, a meno da non essere fortemente sussidiato. Ecco, quindi, che il malcontento cresce, simbolicamente rappresentato dai comuni veneti che chiedono di passare al Trentino.
Per il futuro, vanno individuati nuovi modelli di sviluppo economico, per trattenere la gente in montagna e per invogliare molti immigrati a scegliere, come destinazione, i paesi alpini. In altri articoli di questa serie si parlerà diffusamente di questi temi. Probabilmente, non ci sono ricette buone per tutte le stagioni e per tutti i luoghi. Certamente, è molto rischioso puntare tutto sul turismo, o su monoculture industriali come quelle degli occhiali. Forse la giusta ricetta è quella della Pusteria, dove un turismo di qualità ma buono per tutte le tasche convive con un'agricoltura e un'industria dinamiche, e con servizi alle famiglie di prima qualità. In Pusteria la popolazione non diminuisce ed è assai giovane, grazie anche a una natalità elevata. Certo, si tratta di un modello socio-economico fortemente sussidiato. Ma la nostra impressione è che, nell'attuale contingenza storica, la montagna faccia fatica a sopravvivere da sola .
Giampiero Dalla Zuanna,
Preside Facoltà Scienze Statistiche, Università Padova
tratto dal Gazzettino del trè dicembre 2008