Quando dopo una curva della strada e al di là dei boschi ricompaiono le vette.
Dimora preferita ,delle divinità, le montagne sono una conformazione particolare della terra, ma tendono verso il cielo e spesso sono avvolte dalle nubi. Le divinità amano comparire tra le nuvole, spesso con fragore, facendosi precedere da lampi e tuoni, segni del loro potere, ma le turbolenze possono trasformarsi in piogge che rendono fertile la terra.
Le montagne fanno parte di quei luoghi che per molto tempo l'umanità ha considerato terribili e quindi anche sacri, luoghi dove la mente vedeva fallire i suoi criteri di orientamento. Da un certo punto in poi questi luoghi cominciano però ad essere percepiti in un modo diverso e contraddittorio. In un confronto sempre più ravvicinato, insieme al terrore essi producono, come ha scritto di recente Remo Bodei,un inatteso piacere che, in maniera ambigua, da un lato rafforza l'idea della superiorità intellettuale e morale dell'uomo sull'intero universo e dall'altro, contribuisce a fargli scoprire la voluttà di perdersi nel tutto.
Da questa sensazione(unpiacere)e dalla sua elaborazione filosofico-psicologica nasce un ramo sostanziale della letteratura tedesca profondamente nutrita, dalla seconda metà del Settecento in poi, dall'esaltante esperienza del sublime che presuppone il confronto diretto con i luoghi fino allora infidi. L'emozione, dunque, ma anche la curiosità, il rischio ma anche la volontà di acquisire sapere. A cambiare la prospettiva era stata naturalmente la scienza, a partire dall'invenzione del cannocchiale. Chi ora parla di montagne, parla anche di scienza. Di botanica, per esempio, ma soprattutto di geologia.
Albrecht von Haller,a cui si deve il poemetto intitolato Le Alpi(1729), era un poeta ma soprattutto uno scienziato: il suo poema non è frutto di imprese alpinistiche, ma di escursioni botaniche, e nello stesso tempo, parlando della maestà delle Alpi svizzere, i suoi versi esaltano quei luoghi rispetto alla città, la natura rispetto alla cultura. Il mondo della montagna diventa così il luogo in cui natura e moralità costituiscono un'unica cosa: Ti apprendono i monti/sacre leggi, si dice in un'ode di Friedrich Hölderlin composta ai piedi delle Alpi svizzere.
Eppure, anche se si cominciano a scalare e misurare, le montagne restano pur sempre conformazioni strane, impreviste nella loro struttura e imprevedibili nelle loro manifestazioni. Le conoscenze geologiche( sono i tempi di de Saussure, di Dolomieu) non mettono mai a tacere lo stupore. Goethe, che compie ben tre viaggi in Svizzera per verificare le sue teorie sulla struttura dell'universo, descrive ogni volta con meraviglia le cime innevate, i burroni, i valichi minacciosi. La sua vena poetica prorompe negli anni di Strasburgo con l'immagine del Wanderer(il viandante) come figura di un individuo che esperisce una realtà minacciosa e nello stesso tempo benefica, di cui si sente partecipe. Il culto del genio e della genialità, come espressione dell'universalità dell'individuo moderno, trovava il suo modello in Shakespeare, ma proveniva dall'esperienza esaltante di una natura non riducibile alle categorie della razionalità.
La figura del Wanderer, che si contrappone a quella dello studioso a tavolino, è il modello di una percezione in continuo movimento, che sfida i pericoli e le avversità del percorso ed è disponibile al cambiamento. E' una figura che ritorna continuamente nell'opera di Goethe, ma non è difficile avvertirne il passo nei ritmi incalzanti della musica di quel periodo (Beethoven,Schubert). Certo, con l'andar del tempo l'impeto iniziale si fa incerto, l'esultanza s'incrina: in un famoso racconto di Georg Bchner, un poeta che percorre i Vosgi dall'esperienza pur inebriante della montagna ricava soprattutto la percezione della propria fragilità, mentre in un famoso racconto di Stifter intitolato Cristallo di rocca la montagna in cui nella notte di Natale si smarriscono due bambini rivela un'altra volta il suo aspetto sinistro. E sinistri o per lo meno inquietanti sono i paesaggi che nei quadri di Caspar David Friedrich i viandanti vedono aprirsi di fronte a sè.
Nella letteratura di lingua tedesca (quindi anche austriaca e svizzera)la montagna ritorna più che altrove, perché quell'orizzonte è insito nella tradizione, corrisponde a esperienze vissute, a storie personali. Le Wanderungen della fantasia hanno riscontri nella realtà: il viaggio a piedi di Hölderlin dalla Svevia a Bordeaux, il viaggio a piedi di Seume da Lipsia alla Sicilia. Camminare vuol dire esporsi di persona a un mondo sconosciuto e per lo più avverso, provare se stessi, corpo e mente. E' quello che prova anche Robert Walser che quando cammina per le belle strade della Svizzera sente tutto il mondo muoversi intorno a sé. Sono stati di grazia in cui la realtà, così incline a irrigidirsi, si trasforma in un turbine in cui i confini della persona e i traumi dell'identità si cancellano per partecipare al ritmo dell'universo.Camminando passano tante cose per la testa, il cervello ferve, scrive Werner Herzog in Sentieri nel ghiaccio parlando del suo viaggio ( a piedi) da Monaco a Parigi, e le sue parole non sono poi molto diverse da quelle con cui i grandi alpinisti descrivono le loro sensazioni.
E' raro, nella letteratura tedesca contemporanea, trovare pagine paragonabili a quelle con cui nella Montagna incantata Thomas Mann descrive la lunga passeggiata con gli sci durante la quale, perdendo il senso del tempo, Hans Castorp ripensa alla sua vita e ai discorsi che ha sentito fare nel sanatorio di Davos. La letteratura tedesca di oggi, soprattutto quella austriaca, se racconta storie che si svolgono in montagna , parla soprattutto dei disastri provocati dal turismo, e lo fa con molta più veemenza che la letteratura italiana.
Ma quell'orizzonte esiste, è lì e non si lascia cancellare. Quando, ad una curva della strada, al di là dei boschi ricompaiono le montagne, uno ha la sensazione che il mondo, nonostante tutto, sia in ordine. Certo, il kitsch è sempre a portata di mano, con tutti i suoi miti fasulli e le sue melensaggini. Parole vere che dicano le emozioni intense ma fugaci suscitate dalle montagne, sono rare, se ne trovano qua e là e non sempre nei luoghi deputati o sotto copertine a colori. Si possono nascondere anche nelle contraffazioni grottesche. Per esempio in Thomas Bernhard, uno scrittore austriaco che aveva debuttato con un romanzo che capovolgeva clamorosamente i clichè letterari appiccicati al mondo della montagna e alla sua salubrità.
In un suo brevissimo racconto compreso nella raccolta intitolata L'imitatore di voci si parla di due professori che, giunti al piazzale antistante il Grossglockner, si erano avvicinati, uno dopo l'altro, al cannocchiale lì istallato per godere la vista del ghiacciaio. Mentre uno era rimasto affascinato da quello che aveva visto, l'altro gettato appena uno sguardo attraverso il cannocchiale, aveva lanciato un urlo lacerante ed era stramazzato morto al suolo. Logicamente l'amico superstite si domanda ancor oggi che cosa effettivamente abbia visto il suo collega nel cannocchiale, non potendo certo trattarsi della stessa cosa.
Eugenio Bernardi
Docente di letteratura tedesca Ca' Foscari Venezia
http://www.ilgazzettino.it/ParteMobile/Treviso/06-12-2008.pdf