C.A.I. Treviso
 
Dorotei: La montagna è un terreno d'avventura
di Mattia Zanardo
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
La montagna è un terreno d'avventura

“Il futuro dell’alpinismo è la dimensione sociale”. La definizione di “alpinista” va un po’ stretta a Soro Dorotei. Certo, è stato uno dei migliori interpreti, italiani ed internazionali, dell’”arte di salire in alto”, sulle sue crode bellunesi e sulle grandi pareti dell’Himalaya, nel pieno della corsa agli “ottomila”. Ha all’attivo sei colossi di quella quota e nel 2004 è stato tra i protagonisti della spedizione all’Everest e al K2 per celebrare il cinquantesimo della salita italiana alla seconda cima della terra. Ma è anche un uomo che, per scelta, vive e lavora in montagna (e di montagna), come guida alpina e come gestore del rifugio “Tomè” al Passo Duran, tra Agordo e la val Zoldana. E della montagna, di quella veneta in particolare, coglie dall’interno non solo l’aspetto sportivo, ma anche le continue soddisfazioni e le incognite quotidiane.
Dorotei, guardandosi indietro, come giudica la sua carriera alpinistica?

«Nei trent’anni passati abbiamo corso moltissimo, quelli che verranno dopo non riusciranno a ripetere quello che abbiamo fatto noi. In un decennio è avvenuta una rivoluzione, sono state abbattute barriere incredibili, siamo passati dal sesto grado al 6c in alta montagna. Mi sento portatore di una grande storia alpinistica, ho vissuto un fondamentale passaggio dell’alpinismo e di ciò sono profondamente felice».
Una pagina irripetibile?

«L’alpinismo di professione forse era ancora possibile vent’anni fa, oggi non più. Quando Messner ha completato i quattordici ottomila, tutto è finito. Agli sponsor, i secondi non interessano. Si può inventare ancora qualcosa, certo, ma non è quello che ti assicura un reddito costante. Molte pacche sulle spalle, ma con le pacche non si mangia».
Come si può vivere oggi di montagna?

«Bisogna abbracciare il turismo. Qui, nella montagna veneta, abbiamo delle bellezze senza eguali. Ma siamo indietro nell’accoglienza: non possiamo portare il turista e non offrirgli niente, altrimenti va da un'altra parte. E così, soprattutto per i giovani, è sempre più difficile rimanere nei loro paesi e vivere di montagna. Anche per colpa del Cai».
Cosa imputa al Cai?

«Il Cai non permette ai ragazzi di trasformare la loro passione in un lavoro. Pretende che tutto sia volontariato, mentre si potrebbe dar vita a professioni nuove o alternative da affiancare al mestiere principale».
Nelle sue spedizioni ha conosciuto diverse culture e popolazioni di montagna.

«Ricordo soprattutto gli sherpa: hanno la filosofia di prendere tutto quello che arriva, e danno tutto per avere qualcosa. Sono generosi. Difficile, però, dire se lo siano per natura o per tornaconto: ti danno un sorriso, l’unica cosa che nella loro povertà possono offrirti, ma lo fanno anche perché hanno più forze».
Anche per gli alpinisti vale lo stesso concetto.

«Sugli ottomila, si arriva ad un limite tale per cui, persino fermarsi a dire una parola di conforto, può mettere in pericolo la tua vita. La generosità, allora, si misura in base alle energie di cui uno dispone».
Ricorrendo all’ossigeno, però, si possono aumentare le prestazioni.

«Chi fa uso dell’ossigeno sugli ottomila, per me, non è un alpinista con la A maiuscola. L’ossigeno “blocca” la quota. Certo, se ho investito i risparmi di una vita per salire in cima all’Everest, è ovvio che userò tutti i mezzi a disposizione per raggiungere l’obiettivo: bombole, corde fisse…, tanto, in fin dei conti, mi basta poter dire: “Sono arrivato in vetta”. Niente di male, per carità, ma per me questo non è vero alpinismo. L’alpinista deve avere un giusto rapporto con la montagna: contare sulle proprie forze, senza servirsi di supporti artificiali».

Dove evolverà l’alpinismo nei prossimi anni?

«Vedo sempre più un alpinismo sociale: la montagna per tutti. Anche se non ci saranno più i grandi exploit sportivi, la montagna resterà sempre un terreno d’avventura personale. Bisogna creare un’organizzazione tale per cui ognuno possa vivere la montagna, in base alle sue possibilità e alle sue esigenze. Questa dimensione sociale è la grande sfida: consentire alle persone di andare in montagna e poi, una volta tornare a casa, poter dire: “Oggi ho trascorso una bella giornata”. Sembra poco, ma è importantissimo».

Mattia Zanardo,

(Intervista Soro Dorotei)


tratto dal Gazzettino del diciasette gennaio 2009