C.A.I. Treviso
 
Croci sulle vette
di Don Stefano Chioatto
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Croci sulle vette perchè la montagna è la più bella Cattedrale

Quando alla fine di una lunga escursione oppure di una scalata si giunge sulla cima di una montagna non è raro che sulle vicinanze di essa, e a volte proprio a segnarne la sommità, sia piantata una croce. Una di esse fu collocata il 18 agosto 1966 sulla vetta del Col Rean (2281 m) a poca distanza dal rifugio Tissi. Sono luoghi molto noti nelle nostre Dolomiti, per chi si è peritato a fare, in tutto o in parte, il giro del Civetta, passando per i rifugi Vazzoler, Tissi, Coldai. L’iniziativa fu della parrocchia di Cristo Re in Selvana a Treviso e del suo primo parroco, d. Egidio Imoli, grande appassionato della montagna, scomparso nello scorso agosto. Nel corso della Messa, dinanzi a tanta maestosità, d. Egidio così si esprimeva: “Questo è un tempio, la più grande e la più alta cattedrale del mondo. Sulla parete di fronte si innalzano le canne dell’organo: provate a cantare e l’eco vi risponderà; ai lati le colonne portanti, nel mezzo l’immensa navata dei fedeli e qui sul Col Rean, sperone simile ad una immensa mano protesa verso l’alto… l’Altare. Sopra di tutto l’immenso cielo. Dietro a noi, sull’orlo del precipizio, quasi a proteggere chi incautamente si affaccia… la Croce. Molto, molto più sotto la grande acquasantiera che, silenziosa, invita ad immergersi per purificarsi prima di salire al Santuario”. L’episodio è narrato nella recente pubblicazione che ricorda i 50 anni della parrocchia di Selvana, curata da Anna Zanini e Itala Piccinin. Le “croci di vetta” fanno ormai parte del paesaggio montano; oggi in internet è abbastanza facile trovare gallerie fotografiche che le riproducono. Non si conosce bene a quando risalga questa usanza: le prime documentate sono quelle a ricordo dell’ascensione al Mont Aiguille (2085 m.), nella regione Francese del Vercors, avvenuta alla fine del giugno 1492. La loro diffusione inizia con l’Anno Santo 1900, indetto da papa Leone XIII, quanto per ricordare la memoria dell’evento ne vennero issate numerose sulle cime ed alture in varie parti del mondo. Esse costituiscono un’ulteriore testimonianza della relazione profonda che unisce montagna a religiosità, insieme alle tante più numerose croci d’alpe presenti in pascoli in quota e in alpeggi, insieme ai sacri monti. D’altronde uno dei motivi che mossero gli uomini a spingersi su oltre i pascoli e la vegetazione, dando così inizio all’alpinismo, sembra sia stato proprio quello di celebrare riti religiosi. In montagna i luoghi di culto, vuoi per la distanza difficile da colmare, specie nel periodo invernale, vuoi per il bisogno anche per una piccola comunità, formata da pochi nuclei familiari, di sentire vicina, quasi tangibile, la presenza di Dio, sono molto numerosi. Ma tutti questi segni del sacro non fanno che ribadire la sacralità del paesaggio, nella sua maestosità, nel suo silenzio, nell’ampiezza dei suoi orizzonti. Immerso in questo ambiente l’uomo si sente piccolo, percepisce che qualcosa lo trascende. Chi è in cerca di Dio e chi vive nella prospettiva della fede non può non amare le montagne. Nel ‘900 l’amore per la montagna, intrisa di un vivo senso religioso, si è sempre più diffusa negli ambienti cattolici, giungendo capillarmente nelle parrocchie. Soprattutto dal secondo dopoguerra parroci e cappellani hanno fatto conoscere ad uno stuolo di ragazzi, giovani e famiglie, che altrimenti non ne avrebbero avuto accesso, le bellezze e i valori della montagna, promuovendo campeggi, soggiorni estivi e campiscuola e, in molti casi, affittando, acquistando o costruendo una casa alpina. Tra i grandi appassionati della montagna non si può dimenticare papa Giovanni Paolo II, che dal 1987 in poi scelse di fare le sue vacanze fra i monti, in Val d’Aosta e a Lorenzago di Cadore, qui per ben sei volte e finché la salute glielo permise non mancò mai di riempire i suoi soggiorni con varie escursioni. Rimangono preziose le parole da lui pronunciate il 12 luglio 1987 in Val Visdende: “Davanti a questo panorama di prati, di boschi, di torrenti, di cime svettanti verso il cielo, noi tutti ritroviamo il desiderio di ringraziare Dio per le meraviglie delle sue opere, e vogliamo ascoltare in silenzio la voce della natura al fine di trasformare in preghiera la nostra ammirazione. Queste montagne, infatti, suscitano nel cuore il senso dell’infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso ciò che è sublime. Queste meraviglie le ha create lo stesso Autore della bellezza. Ora, se siamo colpiti dalla loro presenza e attività, pensiamo da ciò quanto è più potente colui che le ha formate. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia se ne conosce l’autore”.

Don Stefano Chioatto,
direttore Biblioteca Seminario Vescovile di Treviso


tratto dal Gazzettino del ventuno gennaio 2009