Mal di montagna e autovalutazione dei sintomi
In montagna, l'ascesa a quote superiori ai 2.500 metri induce una serie di modificazioni nell’organismo che diventano sempre più importanti con l’aumentare dell'altitudine cui ci si espone e che sono per la gran parte indotte dalla rarefazione dell’aria, e quindi dalla progressiva diminuzione della pressione parziale di O2. Per chiunque vada in montagna si determina quindi una serie di risposte fisiologiche che permettono al proprio organismo di adattarsi alle mutate condizioni ambientali, risposte che in teoria dovrebbero apparire tanto più evidenti e marcate quanto più aumenta la quota. In realtà non sempre avviene così, sia perché molte di queste risposte sono influenzate dal tempo impiegato per raggiungere la quota prefissata, sia perché le risposte individuali sono molto variabili e può accadere che non sempre l'adattamento sia ottimale, anche a quote non molto elevate. Pertanto, condizioni di alterata risposta fisiologica individuale, stato di salute e troppo rapido avvicinamento alla quota possono rappresentare i determinanti per l’insorgenza di sintomi caratteristici che si possono presentare in quota, sia in forma isolata, sia come corredo sintomatologico della cosiddetta “Sindrome da Mal di Montagna acuto”. Gli studi condotti soprattutto alle alte quote, hanno permesso di caratterizzare compiutamente questi sintomi, di capirne l’eziopatogenesi, ma soprattutto di prevenirli o, quantomeno, di attenuarne l’importanza. Tali studi hanno permesso di mettere a punto un sistema di autovalutazione dei sintomi (Lake Louise Score) assegnando a questi, in base alla gravità, un punteggio. Questo sistema è oggi utilizzato per stabilire la presenza o meno del Mal di Montagna acuto. Le cause e i meccanismi che determinano l’insorgenza di tali sintomi sono dunque le stesse anche a quote basse, cioè alle quote alle quali si rivolge la maggior parte della popolazione che ama l’andare in montagna. Non è quindi raro vedere soggetti che lamentano sintomi d’insonnia, cefalea, “fiacca”, vertigini anche a quote comprese tra i duemila e tremila metri, sia assieme, sia in maniera isolata. Comunque, non è detto che tali sintomi insorgano ogni qualvolta si sale in quota, in quanto, come si è già detto, sono fortemente condizionati dallo stato di salute e, seppur in maniera ridotta, dallo stile di vita. In uno studio da noi svolto qualche anno fa su 1277 soggetti, di età media di circa 40 anni, afferenti a tre rifugi della Provincia di Bolzano sopra i 3000 m., due soggetti su tre non presentavano sintomi, i restanti riferivano almeno un sintomo e circa il 10% due o tre sintomi associati. E’ interessante notare come, tra quelli che presentavano sintomi, questi avevano un’incidenza minore nei soggetti sopra i 50 anni ed in coloro che avevano una maggior esperienza di montagna. La maggior presenza di sintomi nei soggetti più giovani, in particolare nausea e vertigini, è stata da più parti segnalata, mentre non è ancora chiaro se vi siano differenze tra uomini e donne. Un dato interessante emerso è che la cefalea compare maggiormente nei soggetti che già la sperimentano a livello del mare. Considerando infine i soli soggetti polisintomatici, abbiamo notato che in una piccola percentuale di essi i disturbi permanevano, indipendentemente dall’esperienza di montagna e dall’età, quasi ci fosse in questi una sorta di predisposizione ad accusare il mal di montagna. In ogni caso è consigliabile che chi, durante un’escursione in montagna, soffre di cefalea importante associata ad almeno un altro sintomo tra nausea, vertigine e senso di spossatezza, eviti di rimanere in quota e si porti a quote più basse fino alla scomparsa dei sintomi. Lo stesso si può dire per coloro che, attraverso l’uso di mezzi meccanici, ascendono a quote medio-alte in poco tempo. Per tutti, va comunque ricordato che la bellezza ed il piacere che la montagna fornisce non cancellano i problemi di salute che uno ha già a livello del mare; anzi, questi problemi talvolta possono rappresentare un fattore favorente l’insorgenza del mal di montagna. A tale proposito si deve aggiungere l’importanza di una corretta idratazione in montagna. Sole e vento spesso impediscono di avvertire la sensazione di sete e si può quindi andare incontro ad una relativa disidratazione, che può benissimo essere prevenuta assumendo durante il percorso liquidi sotto forma di acqua o di the; per l’alimentazione solida, invece, meglio l’assunzione di piccoli pasti a base di cibi energetici. E’ quindi auspicabile che chiunque vada in montagna conosca alcune indicazioni semplici (come lo stato d’allenamento, la conoscenza del proprio stato di salute, l’alimentazione, l’avvicinamento progressivo alla quota, i sintomi del mal di montagna) che gli permettano di godere al meglio, anche dal punto di vista del benessere psicologico, l’escursione programmata e che gli impediscano di commettere errori che portano a inutili rischi per la salute. Un malore in alta montagna spesso impone interventi di soccorso urgenti e rischiosi, che potrebbero invece essere evitati. Ideale sarebbe avere una preventiva valutazione delle proprie capacità fisiche e del proprio stato di salute, cosa che si può ottenere in ambulatori attrezzati, come quello della Medicina dello Sport dell’Università di Padova. In questa struttura sono stati valutati tutti i soci Master del CAI di Padova, e alcuni di questi hanno potuto conoscere il perché di tanti “problemini” che si erano portati dietro nelle tante escursioni compiute, evitando così di aggravarli, mentre molti altri hanno potuto continuare la propria attività escursionistica in piena tranquillità, godendo appieno dei vantaggi psico-fisici che l’andare in montagna fornisce a tutti quelli che la conoscono e la amano.
Marco Zaccaria,
professore Medicina dello Sport dell’Università di Padova
tratto dal Gazzettino del ventiquattro gennaio 2009