L'albero di Tomo
Cos’è accaduto a Tomo, che è un paese vicino a Feltre, il 4 maggio 2002? Dopo un temporale è caduto l’Alberón. In sé e per sé il fatto è niente, ma per chi abita a Tomo è stato un evento. Un lutto, perché l’albero in causa, un olmo, era il simbolo del paese. Coso voglio dire con simbolo? Un luogo vissuto, nella pratica, nella memoria e nella cultura. L’Alberón nel 2002 ha avuto anche il suo degno funerale: mentre la spoglia giaceva al suolo quelli di Tomo sono stati a visitarla, in un pellegrinaggio di almeno due giorni, lamentandosi, ricordandosi di quando loro, sotto l’albero, avevano fatto questo o quest’altro e interrogandosi sull’anzianità del defunto: 500 anni? 300? O sarà mica stato eterno, si chiedevano, l’Alberón?
Il fatto, a me che abitavo davanti, è apparso una rarità e per questo ho pensato che qualcuno doveva pur scrivere un requiem per questo albero e mi sono investito dell’incarico. La nota scritta intorno a quanto successo è finita con l’essere di pubblico dominio nel 2004, in un libro che si chiama Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est. Quello che volevo dire circa la caduta dell’Alberón si legge in quelle pagine.
Ma oggi è nevicato e dopo sei anni dalla caduta dell’albero, non rimane che la pacca uniforme di neve; via dritta. Allora mi sono trovato a ripensare a quando c’era invece l’Alberón gigantesco, tutto un merletto di neve bianca, appollaiata. Ma oggi, appena davanti, è innevato un nuovo capannone, e questa è altra cosa dal ricordo. Al di là del paesaggio perduto, la disarmonia è questa: com’è possibile che le medesime persone che hanno compianto l’Alberón abbiano costruito un capannone?
E la stessa domanda me la ponevo nei giorni in cui l’albero era caduto. Come mai Nossignori del Nordest siamo andati a riverire la salma di un albero? Più vedevo arrivare persone, non solo di Tomo ma anche forestieri, più mi dicevo che il tutto era indecentemente contrastante. Nossignori del Nord Est, càva sù e méti dó, lavorare indefessi e accrescere i nostri profit individuali, eravamo intorno all’Alberón a dispiacerci! Come mai?
Col tempo, pensa e ripensa, sono giunto alla conclusione che la causa del tutto sta nell’albero, un innato culturale più forte dell’ideologia acquisita e professata. L’albero, in quanto tale, lo si voglia o no, è un tema che ha a che fare con l’appartenenza ctonica a un territorio. Vuoi la metafora delle radici che ci incardinano, o i ricordi di svariate condivisioni trascorse sotto all’Alberón. E allora, in questo senso, il sussulto emotivo del richiamo alle proprie radici (!terreno pericoloso!) è stato un sentimento più forte della quotidiana algebra mentale di Nossignori del Nord Est. Per questo nel 2002 a Tomo abbiamo fatto il funerale per un albero.
Un'altra causa. Dove mettiamo la sapienza arboreo-boschiva di quelli di Tomo? Tra gli abitanti del paese i più possiedono boschi e motoseghe. A luna giusta imbracciano le motoseghe e nel dopolavoro vanno a far legne per ammorbidire le spese del riscaldamento. Troncano l’albero a massimo trenta centimetri dal suolo, lo separano dalle radici e ne fanno pezzi più o meno grandi da portarsi a casa. Il boscaiolo del dopolavoro è una vita con le sue morali, i suoi propri estetismi e i suoi godimenti tecnici. Questi tecnici se tagliano un faggio notevole o corrono un pericolo montano, lo riferiscono a propria lode. E a Tomo i boscaioli del dopolavoro sono maggioranza. Vuoi che il boscaiolo del dopolavoro non vada a vedere il suo inusitato Alberón sul tavolo del teatro anatomico?
Ma questo è troppo terra terra, si dirà. Ed è vero, perché l’albero, oltre alle radici, ha lo spasimo dei rami protesi verso il cielo. Danno, o no, l’impressione di essere come risucchiati verso l’alto? Non si percepisce questa contesa tra le radici che tirano in giù e i rami che tirano in su? Vuoi che la rottura per ipertensione dell’asse cielo – terra, nella guerra interna all’Alberón, non abbia generato un qualsivoglia richiamo potente? Un’impennata nel sovvenimento religioso. Nel senso del termine: religioso. Che non ci sia stato invece, per Nossignori vituchindi del Nordest, un qualche dio dentro all’Alberón?
Matteo Melchiorre,
Scrittore