Dolomiti, voce del ciclismo
Dici Dolomiti e pensi a tante cose. Non ultimo: il ciclismo. O se preferite, il Giro d’Italia. Le vette dolomitiche hanno regalato imprese, raccontato storie, celebrato campioni. Per entrare nella leggenda e nel mito del ciclismo, devi trionfare e scattare in montagna: diventi allora un eroe popolare e la storia del pedale ti consacrerà. E così, anche per chi magari non è appassionato, le Dolomiti sono sinonimo di ciclismo (mentre La Gazzetta dello Sport, giornale simbolo per i suiveur delle due ruote, diventa prezioso strumento di alfabetizzazione nell’Italia della prima metà del Novecento). E spesso, non sbagliando, si dice che sia stato proprio il ciclismo, sport popolare per eccellenza, a far conoscere nomi di cime o passi, che altrimenti, almeno per un certo tempo, sarebbero rimasti patrimonio soprattutto degli appassionati della montagna o dei libri di storia. Ma la grande novità delle Dolomiti, nel lungo e spesso tortuoso percorso del Giro d’Italia attraverso la storia italiana del Novecento, è legata al periodo fascista. Sotto il Ventennio, le scelte delle tappe e degli itinerari ricalcano un disegno retorico e celebrativo: il ricordo delle battaglie della Grande Guerra. Si decide di portare la corsa rosa a Trieste e, allo stesso modo, di far scalare il Passo Tre Croci. Il fascismo, accentuando il mito della nuova Italia, spedisce la carovana dei ciclisti a rendere omaggio alle cime della Grande Guerra. Nuovi nomi entrano nella geografia della corsa rosa: Rolle, Falzarego, Pordoi, Gardena, Costalunga, Tre Croci, Marmolada. Ma, quasi a prendersi beffa della retorica ufficiale, la fantasia popolare ribattezza quelle cime col ricordo delle imprese dei grandi campioni che le hanno scalate fino a oscurare la memoria delle sacre battaglie (Daniele Marchesini, Il Giro d’ Italia in Victoria de Grazie e Sergio Luzzatto, Dizionario del Fascismo, vol. 1, Einaudi, Torino 2002). Come a dire: i duelli di Coppi e Bartali renderanno immortali le vette dolomitiche. Le gesta dei campioni del ciclismo consacreranno quelle cime patrimonio del grande pubblico. Al di là della retorica fascista della Grande Guerra. Il Passo Pordoi, destinato a diventare un simbolo, anche ai giorni nostri, del Giro d’ Italia, è introdotto, per la prima volta, nel 1940. Diventerà la Cima Coppi per eccellenza, essendo stata, nella storia del Giro, per più volte la vetta più alta da superare. Ma il 1940 è anche l’anno della prima volta del Falzarego: una salita dolomitica, come il Pordoi, destinata ad ammantarsi di leggenda. La storia rosa delle Dolomiti inizia con la frazione che da Pieve di Cadore (valicando Falzarego, Pordoi e Sella) porta a Ortisei, nel cuore della Val Gardena. E’una tappa memorabile: una leggendaria cavalcata che vede Bartali e Coppi superare a braccetto le asperità di giornata, con la neve a bordo strada. Sul traguardo, trionfa poi Bartali, mentre l’Airone, già al comando della classifica, può cominciare a spiccare il volo verso la sua prima storica affermazione al Giro d’Italia. Il Pordoi, nel suo albo d’oro, ha visto risplendere nomi di assoluto lignaggio come Coppi, Robic, Koblet e Indurain. Il Falzarego anima i duelli Bartali-Coppi del Dopoguerra. L’edizione del 1946 è quella della ricostruzione e della rinascita. Della memorabile tappa dei 17 eroi capeggiati da Giordano Cottur nella Trieste caduta sotto il controllo alleato. E delle battaglie dolomitiche, come nella tappa Auronzo-Bassano, con l’asperità del Falzarego: l’Airone di Castellania transiterà primo, Bartali finirà terzo, firmando poi la vittoria finale. Altri mitici duelli dolomitici fra Coppi e Bartali animeranno, soprattutto, l’edizione del 1948: il successo finale sarà di Fiorenzo Magni, ma passeranno alla storia le gesta del campione di Castellania, travolgente nella Auronzo-Cortina e poi, sotto la neve, nella tappa che prevede Falzarego e Pordoi. Ma, nella leggenda del Giro, entreranno anche le Tre Cime di Lavaredo. Come nell’indimenticabile frazione scattata da Gorizia nel 1968: esempio del dominio totale di Eddy Merckx, nell’anno del suo primo trionfo nella corsa rosa. “Il Giro d’Italia ha anticipato il suo epilogo questa sera al traguardo delle Tre Cime di Lavaredo, in una luce quasi irreale che sapeva quasi di eclissi e nella quale i contorni umani degli attori e della folla si animavano nel vuoto, come in una danza frenetica di spettri (Bruno Raschi, La Gazzetta dello Sport, 2 giugno 1968)”. E così veniamo ai giorni nostri: al Pordoi o alle Tre Cime di Lavaredo che ritornano e al ciclismo, ancora tanto amato dalla gente, capace di raccontare emozioni e imprese, di scoprire e celebrare nuovi campioni, ma tormentato anche dal doping.
Mattia Toffoletto,
Giornalista