C.A.I. Treviso
 
Meta-fisica della montagna
di Francesco Tomatis
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
Meta-fisica della montagna

La dimensione montana per eccellenza è inaccessibile se non attraverso un atteggiamento, un contegno per l’uomo che dev’essere sempre assieme mentale e corporeo, di pensiero e azione, intrecciato di conoscere e fare. Ciò sia che si avvicini la montagna come alpinisti, frequentatori più o meno assidui di elevate cime e pareti volte al verticale, sia che la si abiti in quanto alpigiani e montanari in genere. Che si viva stabilmente in montagna, lavorandovi artigianalmente la pietra e il legno, accudendovi il bestiame, coltivandone le terre non facilmente fruttificabili, raccogliendone i prodotti naturali, o, al di là di attività manuali fini e agrosilvopastorali, che si svolgano attività commerciali e piccolo-industriali o persino meramente intellettuali, di fatto la dimensione fisica e spirituale assieme che occorre far propria con discrezione è la stessa dell’alpinista, anche occasionale, il quale desideri fino in fondo lasciarsi assorbire dalla montagna, sino a esserne elevato alle più eccelse vette e recondite sfere.
Per accedere alla montagna occorre percorrere una esperienza personale della verticalità del limite a essa unica eppure svolgibile in variegati modi. Solo di persona è possibile vivere in montagna e percorrerne le pendici, sino alle più spirituali dimensioni. Di persona significa con le proprie gambe e il proprio capo, con i passi e la fisicità personale e i pensieri e le attenzioni proprie a ciascuno in quanto singolo irripetibile. Ciò accade anche quando si sia in compagnia: in cordata quali alpinisti, in comunità come montanari. Anzi, proprio la dimensione montana esige una relazione di comunione fra le persone che non solo ne permetta, ma ne esalti le individualità, le peculiarità singolari, ne valorizzi le qualità più proprie, al fine di una migliore riuscita complessiva, armoniosa e ricca di sfumature. Nessuno può sostituire pienamente noi stessi, singolarmente presi, per procedere e vivere in montagna, né altre persone né, soprattutto, apparati tecnologici che ne medino eccessivamente gli spazi elementari e i limiti solo direttamente tangibili.
L’approccio indispensabilmente personale alla montagna sta proprio nella necessità di giungere ai limiti del nostro esperire, oltre i quali ci sta solo il morire, senza esperienza alcuna. Questi limiti sono sempre personali, specificissimi, quindi non possono essere mediati da apparati esteriori o altre esperienze personali. Nell’esperire i limiti personali, che sono dati dall’avvicinarsi ai cicli naturali di vita e morte, nascita e distruzione, agli elementi quasi allo stato originario, di acqua e terra, aria e fuoco, difficili a sopportare, solo attraverso una comprensione culturale della loro spontaneità naturale, fisico-spiritualmente assimilata entrandovi in interrelazione, l’uomo montano assume un contegno che riesca a farlo avvicinare gradualmente al pericolo, sino a quello della morte personale, ma senza morire. Soltanto questa è vera esperienza, quella che sia personale e che rasenti il pericolo mortale, costantemente, ma nel sopravvivere.
Che si salga una via alpinistica volta al verticale, che si coltivi il suolo inclinato di pendici montane, in ristrettissimi periodi di possibile fruttificazione, che si seguano i cicli naturali e le stagioni o che si sopravviva al freddo e alla scarsa ossigenazione, in ogni condizione la montagna è lo spazio fisico e mentale assieme in cui personalmente si fa esperienza dei propri limiti, del proprio orizzonte esistenziale, rasentando il pericolo di continuo ma mantenendo un contegno umilmente vitale, conscio del limite e capace di eccelsi percorsi e misurate realizzazioni. L’esperienza personale dei propri limiti è dunque esperienza, infine, non solo dei nostri limiti individuali, dell’orizzonte esistenziale in cui siamo come gettati a vivere, mobile assieme al nostro cammino ma imprescindibile, bensì anche della verticalità del limite, dell’esser aperto il nostro contegno orizzontato, la nostra via, ad una dimensione sempre ulteriore, indicibile ma superiore, intangibile eppure realissima e vera.
È l’esperienza del vuoto attorno alla cima, della mera esistenza, un nudo “che”, di ogni cosa o dimensione montana, fatta ai limiti del nostro esistenziale abitare e camminare. Eppure proprio questa esperienza non prensiva, non appropriativa, non cosale è la migliore premessa e indispensabile condizione per poi apprezzare, valorizzare, comprendere appieno ciascun passo che noi facciamo in montagna, ogni meraviglia creaturale: dal filo d’erba al fiore, dal pino cembro alla casa in pietra, dall’amicizia alla seminagione, dal canto corale alla sciata. Infatti essa orizzonta a partire da una verticale trascendente, sempre ulteriore, ciascun nostro orizzonte terreno, ogni possibile radicazione, perché aperta incessantemente al cielo, tangibile pur nella sua inesauribile misteriosità. Allora quella montana è un’esperienza intrinsecamente metafisica, fisica e spirituale assieme, meta-fisica. Quanto più è tangibile e personalmente esperita tanto più è assieme radicata corporalmente, terrenamente, fisicamente e assieme aperta spiritualmente ad una dimensione sempre ulteriore e superiore, celestiale. L’esperienza personale della verticalità del limite, in montagna, ci apre ad un contegno meta-fisico – col quale vivere umilmente nel nostro orizzonte in cammino, aperti al trascendente, arricchiti da ogni minima creatura, cosa, emozione rintracciabile sulla via.


Francesco Tomatis,

Professore Filosofia Teoretica Università di Salerno