VIGO DI CADORE: un paradigma delle trasformazioni del Centro Cadore
Il comune di Vigo di Cadore si trova ubicato nella parte più settentrionale del Centro Cadore e vanta una storia di settemila anni. Nel suo territorio, infatti, sono venuti alla luce reperti archeologici di cacciatori mesolitici, di pastori paleoveneti e di insediamenti romani (un limes, una strada militare e diversi oggetti come fibule e monete databili attorno al II e III secolo).
Dopo l’arrivo dei Franchi, che portarono il culto di S. Martino, patrono di Vigo, ci fu il dominio dei Patriarchi d’Aquileia amministrato in Cadore dai Da Camino di Oderzo, loro vassalli. In questo periodo (1345) Ainardo da Vigo, figlio di Odorico Podestà di Cadore assieme alla moglie Margherita di origini carinziane, edificò la chiesetta di S. Orsola, vero scrigno d’arte. Dal 1420 al 1797 si ebbe un periodo di stabilità politico-economica sotto il Leone di S. Marco fino all’arrivo di Napoleone.
A partire dalla fine dell’800 Vigo di Cadore costituisce un buon paradigma dei cambiamenti socioeconomici succedutisi in Cadore; questi, in estrema sintesi, possono essere descritti nelle seguenti tre fasi: si parte da un’economia di mera sopravvivenza (legata all’agricoltura e all’emigrazione); si passa ad un’economia industriale evolutasi fino agli anni ’90 del secolo scorso; segue un declino del ciclo industriale, per le motivazioni che si diranno più avanti, che oggi appare irreversibile.
Sulla base di premesse decisamente positive, per il Comune di Vigo di Cadore l’800 si era chiuso con molte speranze in un futuro di progresso e sviluppo. Avvedute amministrazioni comunali guidate da numerosi uomini di cultura, succedutisi dopo l’annessione al Regno d’Italia del 1866, avevano infatti promosso un radicale cambiamento della qualità della vita degli allora 3.700 abitanti, realizzando opere moderne e lungimiranti in ambiti importanti quali: l’istruzione pubblica, (con nuove scuole e giovani maestri), la ricostruzione totale del comune (in pietra e non più in legno- il cosiddetto rifabbrico-), la viabilità (cioè nuove strade), gli acquedotti, la condotta medica, il telegrafo, ecc.
E’ questo un periodo storico nel quale la piccola comunità d’Oltrepiave si meritò l’appellativo di “Atene del Cadore”.
A fronte di questi elementi positivi, va però nel contempo sottolineato un forte condizionamento di tipo negativo costituito dalla ristretta base economica del comune. Le statistiche disponibili al riguardo consentono di affermare, infatti, che la scarsa estensione di terreni destinati ad attività agricole, rispetto al fabbisogno annuale espresso dalla comunità, forniva una produzione sufficiente (si direbbe oggi al soddisfacimento di consumi) per soli 4 mesi; tutto il rimanente fabbisogno doveva essere importato.
Si rendeva quindi necessario accrescere il livello di reddito disponibile da parte della comunità. E’ questa condizione materiale di scarsità sia di risorse che di reddito che pone in essere, tra la fine dell’800 e il primo decennio del ‘900, forti correnti di emigrazione verso il centro Europa (Austria e Germania) e verso gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina.
In questo periodo l’economia del Comune di Vigo di Cadore si basa in gran parte sull’allevamento del bestiame grosso e minuto, sulle malghe e sulle latterie; nei campi, in fondovalle, si producono granturco, frumento, patate e legumi; la fienagione avviene fin sulle cime più elevate (oltre i 2000 metri). Tutta questa attività ed il lavoro materiale conseguente grava in gran parte sulla componente femminile; buona parte della popolazione maschile in età attiva (tra questa i giovani in età lavorativa e i capifamiglia) risultano emigrati all’estero e prestano il loro lavoro nelle miniere del Connecticut, nella realizzazione delle linee ferrate austriache o esercitano mestieri stagionali come calderai, sarti, calzolai. A Vigo l’unica vera fonte di guadagno è il legname che risulta in gran parte gestito dal Comune.
In quei primi anni del ‘900 l’unica alternativa all’emigrazione è costituita dai tanti “lavori pubblici” legati alla realizzazione dei forti corazzati del Tudaio e del Col Piccolo, delle relative strade di accesso, delle caserme e dei ricoveri d’alta quota. Anche il turismo comincia a svilupparsi con i Bagni di Gogna e con la presenza dei primi turisti tedeschi ed inglesi che si fanno accompagnare sulle vette circostanti dalla prima guida di Laggio, G.B. Rusalemme.
Nell’ambito di questo scenario con la Grande Guerra una brusca inversione di tendenza giunge in tutto il Cadore. L’intero comprensorio si trasforma in una ”grande caserma” ubicata nelle retrovie del vicino fronte dolomitico (dal Popera alle Tre Cime e al monte Piana); la presenza di tanti uomini giunti da ogni parte d’Italia determina la rottura di precedenti equilibri caratteristici del tranquillo e atavico modo di vivere della popolazione del centro Cadore con l’introduzione di nuovi costumi sociali, economici e politici (idee socialiste).
Passata la grande guerra e l’invasione austriaca (seguita alla disastrosa rotta di Caporetto) il periodo di pace che segue è caratterizzato, a Vigo come nel resto del Centro Cadore (in agra contraddizione con la “Vittoria”), da una profonda crisi economica dalla quale prese l’avvio un nuovo e pesante flusso migratorio che ora si indirizza soprattutto verso gli Stati Uniti d’America.
Alla fine degli anni ’20 più di 1300 le persone -per lo più nuclei familiari- hanno lasciato Vigo di Cadore (di fatto un terzo della popolazione totale) .
Documenti e testimonianze di diversa natura ci consentono di affermare che la maggior parte di questi nostri “conterranei” hanno trovato, oltreoceano, un lavoro sicuro e hanno potuto offrire un avvenire brillante ai loro figli (molti di questi infatti hanno occupato poi posti di prestigio nella pubblica amministrazione e nella grande industria che, in quel tempo, deteneva un peso rilevante nell’economia mondiale). Questa componente estera, sebbene sparsa in un vasto territorio, ha nel tempo mantenuto vivi i legami con il Comune di origine (pochissimi però sono ritornati).
Questo legame continua oggi con le nuove generazioni che in vari modi cercano di mantenerlo vivo.
Sta di fatto che tra le due guerre mondiali, e ancora nel secondo dopoguerra, le condizioni di vita per gran parte degli abitanti del Comune apparivano decisamente critiche; è da questa realtà di “economia stagnante” che origina, infatti, un nuovo flusso migratorio verso l’Australia, la Svizzera e la Germania; ed è verso questi due ultimi paesi che continuano ad emigrare, negli anni ’50, i giovani studenti appena diplomati dagli istituti tecnico e meccanico di Pieve di Cadore, in quanto trovano impiego nelle ditte meccaniche elvetiche e tedesche. E’nel ruolo giocato da questa “risorsa giovanile “che si può leggere la svolta (oggi si definirebbe imprenditoriale) che determina il decollo e lo sviluppo del settore dell’occhiale che caratterizzerà l’economia del Cadore negli anni ‘70, ’80 e ’90. Nella realtà economica del Centro Cadore fin dalla fine dell’800, infatti, si era insediato un ristretto numero di imprese manifatturiere che producevano componenti per il settore dell’occhialeria.
Sul finire degli anni ’60, quasi vent’anni dopo, il flusso di ritorno in Cadore di questi giovani che detengono competenze tecniche e sono portatori di innovazione (unitamente al sistema locale di relazioni sociali -sia familiari che istituzionale, che si esprime sia sul piano finanziario sia su quello della capacità di fare sistema-), attiverà la modernizzazione e la creazione di nuovi impianti produttivi.
Da qui parte, come è confermato da molteplici ricerche, il distretto industriale dell’occhiale che per quasi un trentennio è stato in grado di competere a livello mondiale - fino alla fine degli anni’90-. Da questa data infatti, a causa di un forte processo di delocalizzazione verso i paesi dell’Est europeo e verso la Cina (determinato in gran parte dai costi del lavoro decisamente più bassi di questi paesi), inizia una crisi irreversibile del distretto dell’occhiale del Centro Cadore .
Un grande patrimonio di natura sia tecnica che economica (conquistato con grandi sacrifici) unitamente ad un sistema consolidato di relazioni sociali (trasmesso da più generazioni di cadorini) sembra oggi irrimediabilmente perduto.
In questi ultimi anni la comunità di Vigo, attualmente costituita da circa 1600 residenti, sta cercando di uscire dalla crisi che ha investito tutto il Cadore. Una crisi che ha di fatto riportato indietro di decenni questa comunità la cui parte attiva oggi si adatta ad un pendolarismo giornaliero verso le zone industriali del basso Bellunese ( Longarone e Alpago) .
E’ questa crisi di natura sia economica che sociale che di fatto determina il progressivo spopolamento della parte alta della provincia di Belluno.
Le statistiche, al riguardo, segnalano che molte famiglie, formate da componenti demografiche in classi di età centrali, abbandonano i paesi di residenza e scendono verso la “bassa” in cerca di lavoro sicuro e nuove opportunità di vita e studio per i propri figli (gli anziani, invece, rimangono nei paesi di origine e innalzano il già alto tasso di senilità dell’intera montagna bellunese).
Oggi a Vigo si cerca di guardare al futuro e di investire risorse soprattutto in un turismo nuovo ed intelligente.
Le direttrici di sviluppo in questo ambito possono essere così riassunte:
- promozione del patrimonio artistico costituito dalle chiesette dichiarate monumenti nazionali, di S. Margherita (1200), S. Orsola (1345) e della Difesa (1510);
- recupero delle opere militari della Grande Guerra e del fascismo (Vallo Alpino del Littorio) perseguito facendo leva sul fatto che la storia nazionale recente costituisce una attrattiva di sicuro richiamo;
- valorizzazione di una rete capillare di strade e sentieri militari, serviti da bivacchi e rifugi, che permettono all’escursionista di muoversi attraverso tutto il territorio, a varie quote, in un ambiente incontaminato e per certi versi ancora selvaggio.
Va infine sottolineato che nell’ambito della crescente presenza turistica veneta registrata da molti anni, numerosi sono i trevigiani che hanno eletto a loro dimora il comprensorio di Vigo di Cadore non solo nel breve arco estivo, ma spesso per buona parte dell’anno. E’ questa una scelta indubbiamente suggerita dalla bellezza di questo angolo di Cadore, situato a poco meno di 1000 metri di quota, tra i massicci dolomitici del Cridola e del Tudaio, ed immerso nel verde di prati e boschi che si perdono nella sinuosa valle del torrente Piova, verso i pascoli dell’altipiano di Casera Razzo.
Walter Musizza e Giovanni De Donà,
Storici del Cadore