Tra i fiori delle Alpi
I fiori nello zaino
Visita l'eccezionale album di Apollonio e Battista!!
Verso i nove anni a casa nostra celebravi la festa dell’addio all’infanzia. Per la prima volta andavi con i fratelli da Prestine fino al Lago della Vacca, sotto il Blumone. Partivi la mattina al buio, perché a quell’ora le vipere dormono ancora e il freddo ti fa camminare veloce. La sera tornavi in fretta perché la mamma potesse vedere il ghiaccio che la borraccia aveva conservato come il frigorifero della gelateria.
Lo zaino era pieno di bacche, pigne, radici, rizomi e tuberi, con un angolo speciale riservato ai “fiori del cioccolato” (Nigritella nigra), che profumavano di vaniglia come i dolci svizzeri di Santa Claus. C’era invece un sacro rispetto per le stelle alpine, perché sicuramente non erano vegetali, ma fatte di una stoffa misteriosa, soffice come quella del berretto della domenica. Ci fermavamo a guardarle nei nostri posti segreti, con il terrore di trovarle devastate dai villeggianti che arrivano a Bazena in corriera.
La nostalgia che provi in città
Poi cresci e lasci il paesino, perché ti accorgi che si può arrivare in città senza perdere il sentiero. Lontano dalla montagna trovi amici che rimpiangono i monti come te e altri che vorrebbero conoscerli; così vi incontrate la sera nella sede del CAI, dove la nostalgia e la curiosità danno forza e entusiasmo. Impari cose serie, che da bambino neppure sognavi quando ti arrampicavi sugli alberi; e cominci a scalare, prima il Cornone di Blumone, poi l’Adamello, il Bernina e varie cime più in là, fino al Gran Paradiso.
Forse perché a scuola l’educazione fisica non era il mio forte, ho sempre odiato considerare le Alpi come una palestra gigante sorvegliata dall’altimetro e dal cronometro. Per fortuna ho trovato amici che amano il misterioso mondo della montagna.
Le rocce ti raccontano una storia iniziata milioni di anni fa, quando l’arco alpino emerse dal mare. E tutto attorno fauna e flora cantano alla vita; ma sono suoni e colori che percepisci solo se ti avvicini, come la voce di quell’esuberante cespo di genzianelle cresciute d’incanto appena si è ritirato il ghiacciaio ai piedi del Corno dei Tre Signori.
I rifugi della flora alpina
Da sempre, con mio fratello Battista, vado in montagna, come quando eravamo bambini. Non ci stanchiamo mai di ripercorrere le nostre terre alla ricerca di fiori, perché le migrazioni della flora attraverso i travagli geologici hanno sospinto le più ricche colonie di fiori ai margini dei grandi massicci. E i posti della nostra fanciullezza (Valle di Cadino, Val Bona e Valle di Stabio) sono minuscole pieghe ai lembi del manto sontuoso che avvolge l’Adamello.
In questo angolo alpino trovi il paradiso della flora montana. Sopravvivono le scarpette di Venere (Cypripedium calceolus), che ogni anno andiamo a visitare con ansia, perché soffrono di una selvaggia estirpazione e ti guardano spaurite, come i due girasoli che trovi nel campo in pianura, sfuggiti chissà come alla macchina mietitrice. La caltha palustris si diverte nei torrenti, mentre le ampie conche, di mese in mese, ti offrono colorite dissolvenze incrociate. L’immobile piano di neve si scioglie in costellazioni di croco. Poi le cascate di anemoni, pulsatille e botton d’oro lasciano spazio alle distese di pigamo colombino (Thalictrum aquilegifolium), genziane, giglio di monte (Paradisea liliastrum), giglio martagone e bistorta (Polygonum bistorta).
Nei valloni si avvicendano colonie di meleagride alpino (Fritillaria meleagris), banchi di fiordaliso rapontico (Rhaponticum scariosum), capannelli di semprevivo maggiore (Sempervivum tectorum), e i bordi traboccano di rododendri.
Sulle rocce è tutto un gioco di luci e colori. Tra le tante specie di sassifraghe, la più precoce è quella rara del Vandelli. L’androsace emisferica (Androsace helvetica) ti avverte che in seguito fiorirà anche la sorella dal colore rosa (Androsace alpina), mentre l’androsace vitaliana ti aspetta più in là, su terreno siliceo. L’adorabile miosotide nano (Eritrichium nanum) occhieggia da lontano aggrappato alle sporgenze più pericolose. La primula daonensis si diverte a confondersi con le altre specie; per non parlare delle genzianelle, delle quali è spesso difficile individuare la specie. Il ranuncolo glaciale invece ti accompagna fedele e inconfondibile fino alla cima dell’Adamello. Se vai lungo i costoni, puoi camminare per ore su tappeti di stelle alpine.
Nel Giardino d’Europa
Ma le stelle alpine più belle e seducenti le trovi sulle creste del Monte Baldo, magari in posa sullo sfondo del Lago di Garda. Il Baldo, da secoli chiamato “Il giardino d’Europa”, è una delle montagne più remunerative per panorama, mineralogia e botanica. I microclimi generati dalla configurazione geografica e le sue zone climatiche che vanno dalla fascia mediterranea alla fascia boreale e a quella alpina, ti offrono spettacolari fioriture. Difficile trovare potentilla nitida dal colore più intenso, o geranium argenteum di uguale tenerezza. Quando hai la fortuna di contemplare il callianthemum kerneranum senti anche un po’ di malinconia. Fiorisce assieme alla peonia selvatica e alla genziana maggiore, ma è molto più umile, riservato e sfuggente. È un endemismo del Baldo e sembra in via di estinzione. Si è scelto rari posticini nei quali apre e chiude la sua breve fioritura tra l’erba o nelle fessure dei massi erratici.
Viene spontaneo pensare alla schiva daphne petraea, un altro relitto che si tiene ben nascosto sulle rupi tra il Lago di Garda e il Lago d’Idro. Chissà perché non cresce altrove: certo, tutta la flora è stata selettiva nelle sue migrazioni, ma non così capricciosa e pudica. Anche la campanula dell’arciduca (Campanula raineri) è rara, però, girando le Orobie, la trovi qua e là sulle rocce a strapiombo.
La nicchia botanica delle Vette Feltrine
Proprio come la campanula morettina, uno dei gioielli delle Vette Feltrine. Le Vette Feltrine costituiscono un altro “Giardino d’Europa”, meta di escursioni botaniche dal 1600.
Situate al margine meridionale del sistema dolomitico, parzialmente risparmiate dalle devastanti glaciazioni quaternarie, esse furono la sede di intensi scambi floristici, favoriti da speciali nicchie ecologiche e da microclimi. In questo palmo di terra rocciosa è racchiuso il 27 % della flora alpina italiana.
È da sogno lo spettacolo offerto a maggio, quando le Vette si spogliano del manto invernale, permettendo al croco, alla tussillagine, alla soldanella e al bucaneve (Galantus nivalis) di spezzare l’ultimo strato di gelo come pulcini impazienti, prima di scomparire sotto gli asfodeli e i ranuncoli vari. Le rocce presentano subito la sassifraga burserana dagli occhi incantati; poi, per tutto il mese, si susseguono il rododendro nano (Rhodothamnus chamaecistus), la pregiata primula tirolese e l’auricola (Primula auricula), mentre si affrettano a mostrarsi ancora in vita le radici della campanula morettina e dello spettacolare raponzolo delle rocce (Physoplexis comosa). Sui macereti già intravedi i rivoli ancora esili che formeranno le cascate estive del papavero retico, del ranuncolo di Séguier, della linaria e dell’alisso ovirense. In luglio apparirà la timida cortusa (Cortusa Matthioli) all’ombra dei massi, mentre lo splendido giglio carniolico si scalderà al sole nelle radure appartate.
Tutto è controllato da branchi di camosci disinvolti, mentre una coppia di aquile pattuglia le creste dalla Valle di San Martino alla Valle di Lamen.
Meraviglie che possono diventare troppo familiari a chi frequenta la montagna; ma, se provi a spargere queste immagini nell’Oceano Internet, ti sorprende il commento stupito di chi non ha mai visto né sognato le Alpi.
Fra’Apollonio Tottoli