Le Dolomiti cambiano pelle
I numerosi e frequenti eventi di crollo che interessano le pareti rocciose dolomitiche dimostrano che anche le rosee cime dolomitiche sono soggette ad una sorta di muta che ne cambia continuamente ed irreversibilmente la forma. Tali processi franosi sono causati dalla progressiva evoluzione che segue le regole della natura in cui la gravità, le varizioni di temperatura, le piogge, il ghiaccio e le vibrazioni prodotte dai sismi, agiscono ciclicamente e progressivamente in un continuo divenire in un movimento che le mantiene vive e dinamiche. I mezzi di comunicazione, con la crescente attenzione che pongono nei confronti degli eventi di dissesto che interessano ed interagiscono con l’uomo e le sue opere, hanno un pò mutato la percezione di naturalità delle frane. In realtà poco è cambiato, se non per i fenomeni di colata detrica (debris flow) che si muovono dai piedi dei versanti e “ghiaioni” in occasione di forti piogge nei temporali estivi, che sono divenuti più frequenti con l’aumento degli eventi di precipitazione “estrema” degli ultimi anni. Essendo inoltre l’area dolomitica zona non sismicamente attiva, le frane innescate dai tremori prodotti da terremoti sono molto rare se non correlabili a forti sismi generati in aree sismiche più vicine (Friuli, Garda, asolano).
L’aspetto articolato, le cime aguzze, la variabilità di paesaggio sono il risultato di crolli, scivolamenti, ribaltamenti, colate di roccia e detriti, in un continuo divenire che nelle ere geologiche, dalla formazione delle rocce avvenuta in ambiente marino, alla loro emersione, originata dalla forza dei grandi movimenti della crosta terrestre, le ha portate ad elevarsi anche per migliaia di metri di altezza e le ha plasmate in milioni di anni fino a conferire loro l’aspetto attuale. La ricerca scientifica si è assunta il compito di cercare di comprendere come e perchè le frane avvengono, e sopratutto, compito più difficile, prevederne il quando, ovvero le carattersitche evolutive ed i momenti in cui possono avvenire. Molte frane sono da molti considerate imprevedibili, sopratutto quelle di crollo di roccia, nella realtà occorre un occhio attento ed esperto per carpirne le fasi precursori come micromovimenti o deformazioni, preludio di possibili eventi importanti, che si presentano spesso così impercettibili da richiedere l’utilizzo di sofisticate strumentazioni di monitoraggio, basate su innovativi sistemi satellitari, laser o basati sulle proprietà della fibra ottica.
Le nuove tecnologie di indagine dello stato di salute dei versanti montani permettono di poter vedere il territorio in 3 dimensioni e con grande dettaglio, nonché di mantenere sotto continuo controllo le situazioni più a rischio per l’uomo grazie anche alla possibilità di poter diramare allertamenti con le nuove tecnologie di telefonia cellulare. E’ pur vero che spesso poco è possibile fare per arrestare una frana, ma è altrettanto vero che con metodi di monitoraggio-allarme non invasivi e discreti, se adeguatamente studiati e commisurati alle peculiarità di ogni sigola situazione, è possibile quantomeno evitare danni alle persone che così numerose frequentano le Dolomiti. Un sistema di elevato livello tecnologico è installato sulla sommità della Torre Inglese nel Complesso delle Cinque Torri nella conca ampezzana da circa 1 anno e mezzo, e ne misura gli spostamenti con strumentazione satellitare GPS (i moderni navigatori satellitari per autoveicoli, ma in una versione di altissima precisione, in grado di rilevare spostamenti anche millimetrici). Come le Cinque Torri, anche altre note cime dolomitiche si trovano in condizioni “geologiche” analoghe, come la Gusela del Vescovà, le tre Cime di Lavaredo, le Pale di S. Martino e numerose altre. Torrioni calcarei e dolomitici che poggiano, come giganti dai piedi d’argilla, su rocce argillose plastiche che si deformano sotto il peso dei pinnacoli che le sovrastano, schiacciandole e causandone prima la lenta e progressiva rotazione e poi il crollo, il tutto favorito dalla presenza di fratture che feriscono l’integrità delle guglie, generate durante movimenti avvenuti nelle ere geologiche.
Ovviamente, considerando le innumereverovoli realtà di pericolosità da frana che interessano le Dolomiti, i costi, ed i tempi necessari ad “ascoltare e decifrare i suoni della roccia” ed i suoi microspostamenti, tali dispositivi andrebbero impiegati solo nelle situazioni di maggior vulnerabilità per l’uomo e le sue opere, allo scopo di allertare nei momenti immediatamente vicini ad un evento di collasso. La difficoltà maggiore che riguarda tali dispositivi di controllo, risiede nella definizione della “soglie” di allertamento, la cui logica deve tendere ad evitare falsi allarmi o mancare l’avviso in caso di evento, ed è qui che l’approccio scientifico può aiutare a confezionare dei sistemi affidabili ed efficenti dallo studio paziente e rigoroso del territorio e dei fenomeni naturali che lo interessano. Imparare a conoscere l’ambiente montano e quello dolomitico in particolare anche dal punto di vista scientifico, oltre a costituire una base per una migliore lettura dell’origine delle nostre montagne è in grado di fornire gli elementi necessari ad ipotizzarne la possibile evoluzione, e consentire all’uomo di poter frequentare la montagna con maggior consapevolezza e sicurezza.
Antonio Galgaro,
Docente di Geologia Applicata e Sistemi di Controllo e Monitoraggio presso il Dipartimento di Geoscienze dell'Università degli Studi di Padova