La montagna sacra dell'Islam
Qaf è la lettera isolata che, misteriosamente, da inizio, e titola, la cinquantesima sura del Corano, testo che, nella credenza islamica, esprime la diretta parola di Dio. Nell’immaginario collettivo il Qaf è invece la montagna che si staglia su un'isola apparentemente irraggiungibile. La leggenda che la circonda vuole che l’isola , e dunque la montagna che la sovrasta, sia fatta con i resti dell'argilla usata per modellare Adamo. La sua vegetazione è lussureggiante, i torrenti ricchi d’acqua , gli edifici in marmo diafano. Chi vive nell’isola ha un volto eternamente giovane e bello. E’ il paradiso perduto testimonianza della caduta umana, e allo stesso tempo, del desiderio di tornare alle origini. Almeno dopo la morte. Possibilità più volte evocata nello stesso capitoletto coranico titolato, appunto, Qaf.
Nell’islam sciita, che contrariamente a quello essoterico sunnita offre un’interpretazione del mondo di tipo esoterico anche della Rivelazione, la dimensione simbolica della montagna sacra è molto forte. Nel racconto “L’Angelo Rosso” di Sohravardi, lo shaykh che, nel dodicesimo secolo riscopre la teosofia dell’antica Persia fondendola con il pensiero sciita, il Qaf è il luogo in cui tutti dimoravano all’inizio dei tempi. E dove ciascuno potrà tornare quando si libererà dai legami terreni. Così racconta l’essere di pura luce, dallo splendore ridotto nel mondo sensoriale ma che prende il colore dell’infuocato tramonto che tutto avvolge nel momento in cui appare, al viandante che gli chiede da dove venga.
In altri racconti dello stesso Sohravardi la dimensione mistica simboleggiata dalle rappresentazioni che enfatizzano il legame tra montagna e il divino si accentua ulteriormente . Il Qaf è, di volta in volta, montagna cosmica, costituita, di vetta in vetta, da Sfere celesti racchiuse una nell’altra. Giungere in cima significa arrivare al punto di partenza e ritrovare sé stessi. Ma quello che si ritrova è un sé diverso da quello conosciuto, esperito. Arrivare in vetta significa , infatti, andare oltre lo stesso Qaf; accedere a un sé superiore, che ha compreso l’autentico significato della realtà e può bagnarsi alla vera Sorgente della Vita. La montagna rappresenta , però, anche il luogo in cui si compie il passaggio dalla realtà fisica al primo livello dell’universo spirituale. Ne “Il frullo delle ali di Gabriele” , appare ancora la figura dell’Angelo Rosso. Alla consueta domanda che ciascuno gli rivolge, “da dove vieni?”, risponde : Na-koja-Abad. Letteralmente: dalla Terra del Nessun-dove. Espressione che non indica un luogo inesistente ma , piuttosto, uno spazio che sta oltre il Qaf: cima che bisogna varcare per potervi penetrare. Uno spazio che l’esoterismo sciita fa iniziare dalla “ superficie convessa” della Nona Sfera, la Sfera delle Sfere, che include l’intero cosmo. E’ evidente che , in questa prospettiva, la domanda “dove?” perde di significato . Na-koja-Abad è un luogo al di fuori dello spazio percepibile. Solo chi è deciso a percorrerlo spiritualmente potrà conoscerlo.
Nel “Racconto delle cose strane e meravigliose che contemplò e vide con i suoi occhi sull’Isola Verde situata nel Mare Bianco'”, Ali ibn Fazel Mazandarani, descrive un’isola irraggiungibile. Sulla cima della montagna si trova un tempio dove è possibile comunicare con l’Imam Nascosto, figura chiave nella teologia sciita che rappresenta la catena di successione del Profeta. Egli si è misteriosamente occultato ma resta in comunicazione con i veri credenti. Purché questi ne sappiano decrittare i Segni. Il tempio si trova all’ombra di un albero che ombreggia il Paradiso e sorge sulla sponda della Sorgente della Vita.
In queste visioni il Qaf è il luogo che segna simbolicamente il passaggio dal visibile e l’essoterico ( zhair), e all’invisibile e all’esoterico ( batin), e collega tra loro tali dimensioni. Come in altri contesti religiosi, dunque, anche nell’islam la montagna rappresenta l’ascesa verso il polo mistico. Passaggio decisivo per giungere alla conoscenza di quel mistero del Creato che coglie ciascuno quando in vetta alza lo sguardo verso il cielo o lo volge all’orizzonte.
Renzo Guolo,
docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Torino e di Sociologia dei processi culturali all’Università di Padova
BIBLIOGRAFIA
Farid al-Din 'Attar, ( a cura di C. Saccone), Il verbo degli uccelli, SE, Milano, 2007
H. Corbin, Corpo spirituale e terra celeste, Adelphi, Milano, 1986
H. Corbi, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988
C. Saccone, Viaggi e visioni di re sufi profeti, Luni, Milano-Trento 1999
Y. Sohravardi, Il fruscio della ali di Gabriele. Racconti esoterici, Mondadori, Milano, 2008
*Renzo Guolo, è docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Torino e di Sociologia dei processi culturali all’Università di Padova. Tra le sue pubblicazioni: Avanguardie della fede, Guerini, 1999; Il fondamentalismo islamico, Laterza, 2002; La società mondiale, Guerini, 2003; Il Partito di Dio, Guerini, 2004; L’Islam è compatibile con la democrazia?, Laterza, 2007; La via dell’Imam , Laterza, 2007; Generazione del fronte , Guerini, 2008. E’ editorialista del quotidiano “la Repubblica” e dei quotidiani locali del Gruppo Espresso.