Le montagne africane
L’Africa è stato l’ultimo dei tre continenti del mondo antico ad essere percorso e conosciuto, sebbene posta ad un passo dall’Europa.
Il mistero di cosa custodisse al suo interno, le leggende delle sue montagne e degli immensi tesori che si credeva esistessero, avevano spinto uomini (avventurieri, viaggiatori, mercanti, scienziati) e nazioni alla sua scoperta, con sacrifici spesso pagati con la vita.
Rispetto ad altre realtà esistenti nel mondo, le grandi montagne africane non sono mai state vedute generalmente dagli autoctoni come luoghi sacri per eccellenza, visione di potenza di forza non sempre positiva.
Pochissime le popolazioni che da queste montagne hanno trovato rifugio, protezione, sostentamento per la loro esistenza.
D’altronde l’estrema semplicità del vivere di quelle popolazioni, in perenne lotta per la sopravvivenza, non poteva creare, se non in parte nella fantasia, ciò che altre realtà hanno invece saputo sviluppare aiutate anche dalla scrittura.
Le montagna africane hanno acceso le fantasie e gli interessi di altra gente, dall’antichità sino alla seconda metà del XIX secolo.
Infatti le prime notizie che si hanno dei monti africani sono del geografo alessandrino Claudio Tolomeo del II secolo dopo Cristo, il quale riferiva di una catena di alture chiamate “monti della Luna” (“Lunae Montes”), le cui nevi avrebbero alimentato il Nilo e quindi fatto nascere e sviluppare quel dono chiamato Egitto.
Ciò venne ripreso da tutti i geografi antichi, influenzando la cartografia antica addirittura sino alla metà del XIX secolo.
Solo la tenacia degli esploratori e la tecnologia e del XIX secolo permise all’uomo di conoscere i monti africani, in quelle regioni montuose con cime che toccano anche i 6000 metri, originate soprattutto da vulcani.
Oggi sappiamo che probabilmente quel massiccio descritto da Claudio Tolomeo è la catena del Ruwenzori (m. 5125) uno delle più importanti alture dell’Africa, posizionato fra il Lago Vittoria e il Lago Alberto, scoperto da Stanley nel 1888 ed esplorato nel 1906 dalla spedizione del Duca degli Abruzzi. Diversi sono i gruppi etnici di lingua Bantu che abitano quest'area (Bakonzo, Banande del Congo, Batoro, Bamba, i pigmei Bambuti, ecc.), cacciatori, agricoltori o allevatori, tutti però legati al complesso magico-religioso del Ruwenzori. Tra loro, alcuni medium dicono di venire posseduti da Kitasamba, lo spirito della montagna, dal quale hanno ricevuto poteri divinatori e taumaturgici.
Ma il Ruwenzori non è l’unico monte africano con nevi perpetue e ghiacciai: il più alto è il Kilimanjaro (m. 6.010) in Tanzania, al confine con il Kenia. Venne scalato la prima volta nel 1889 dal tedesco Hans Meyer e dell’australiano Ludwig Purtscheller. La popolazione Bantu Ciagga che abitava le pendici di quel massiccio fino ai 3.000 m. prima dell’arrivo degli europei, si dedicava all’agricoltura e all’allevamento. L’altura viene identificata dai Masai come la casa di Dio. Vuole una leggenda che Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba, partendo dall'Abissinia per una guerra di conquista, giunse fino in Tanzania, dove invecchiò. Deciso a tornare in patria, appena vide la mole gigantesca del Kilimanjaro intuì che era giunto il momento di morire. Raggiunse con i suoi guerrieri il limite delle nevi eterne per poi proseguire da solo e morire accanto a Dio, seduto sul trono appositamente costruito per lui, e da allora regna su questo monte, accanto al suo tesoro sepolto per sempre nel ghiaccio. Una leggenda parallela narrata dalle antiche tribù stanziate lungo le pendici del vulcano, riferisce storie di demoni e di spiriti maligni guardiani di un favoloso tesoro.
Il monte Kenia (m. 5250) è la seconda vetta dell’Africa. Venne scoperto nel 1849 dal missionario Ludwig Krapf. L’altura viene considerata dai kiukuyu - l’etnia principale di queste zone -, la dimora del Dio Ngai. Una leggenda afferma che a questo dio non interessano le vite dei comuni mortali e non vuole essere disturbato.
Un’altra leggenda afferma che il Kilimanjaro è la mano destra del dio Ngai, il Kenya la mano sinistra e il Ruwenzori il suo cuore, quello che fa nascere, mantiene e spegne la vita. Da queste tre montagne il dio Ngai protegge tutto il creato che gli si distende ai piedi. Per questo pretende che gli uomini si avvicinino ad esse con devozione.
Ma altre otto montagne in Africa superano i 4 mila metri, metà delle quali sono situate nell’antica terra della favolosa Regina di Saba, ovvero in Etiopia: Ras Dashen Terara, di 4.533 m; Batù, di 4321 m, Birhan, 4152 m. e Bada, di 4136 m.
Le altre quattro cime sono posizionate in Kenya-Uganda (Monte Elgon, vulcano spento di 4321 m, con la sua vetta più alta, il Wagagai, scalato nel 1911 da Kmunke e Stigler), in Marocco (Jbey Toubcal, di 4167 m, scalato dal marchese di Segonzac, Vincent Berger e Hubert Dolbeau il 12 giugno 1923), il vulcano attivo Monte Cameroon, di 4095 m, vicino al Golfo di Guinea (scalato nel 1840 circa da Joseph Merrick), e l’ultimo in Tanzania (Monte Meru, di 4556 m, scalato per la prima volta da Fritz Jäger nel 1904).
"L'avventura della conquista delle cime africane non si fonde o confonde con la storia spesso deprecabile della conquista dell'Africa, anche se ne è stato il suo coronamento naturale. La volontà di raggiungere e vincere quelle cime, misurarsi coi pericoli spesso pagati con la vita, ha veduto
come protagonisti dei veri amanti della scienza, della scoperta e della montagna, ed in quel contesto di sfide rimane emblematica la figura di Luigi Duca degli Abruzzi."
Gian Carlo Stella,
Biblioteca-Archivio “Africana”