1946: In montagna con un curato di campagna
E’ il primo dopoguerra: ottobre 1946. Un giovane sacerdote di una parrocchia dell’entroterra veneziano, usa riunire i ragazzi e organizzare delle gite fuori porta in bicicletta: scopo far conoscere le Dolomiti e ripercorrere quelle salite, rese famose, soprattutto, per le imprese degli eroi del Giro d’Italia, tornato ad appassionare le folle proprio quell’anno, dopo la dolorosa interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale. Il 1946 coincide con un’edizione memorabile della corsa rosa: si attraversa un paese lacerato e duramente provato dallo sconquasso bellico, trionfa il mitico Bartali e accadono i famosi “fatti di Pieris” (il lancio di pietre contro il gruppo di alcuni titini, non impedisce il sogno di una piccola delegazione guidata da Giordano Cottur, di raggiungere ugualmente Trieste, finita sotto l’amministrazione alleata). Questa è la lucida testimonianza di quel sacerdote, ora anziano Monsignore, che ripercorre con la memoria una di quelle avventure (è Don Gino e talvolta il suo racconto diventa in terza persona): la fame si fa sentire fra le popolazioni e ancor più in montagna, il denaro manca, mentre cibo e vino del contadino di pianura diventano merce di scambio per trovare accoglienza e alloggio.
Rievoca emozioni e accadimenti come fosse ieri. Anche in un lessico proprio dell’epoca.
«Lunedì: partenza ore 7. Finita la celebrazione della Santa Messa, ci troviamo fuori della chiesa. Nove sono i partecipanti, compreso il sottoscritto, curato di S. Eliodoro di Altino: tutti con la propria bici, qualcuna normale, quella del prete che porta la tonaca, due da corsa, tutte con dietro il sellino uno zaino carico di viveri. Devono bastare fino a sabato. Fra gli schiamazzi avviene la partenza»
L’avventura in bicicletta ha inizio.
«E’ bel tempo, l’aria è tiepida, si corre veloci verso Mestre, solo quindici chilometri che si divorano in poco tempo. Ecco il Terraglio che “ci mena” a Conegliano e poi a Vittorio Veneto. L’appetito si fa sentire e sostiamo. Il sole se ne va veloce e veloci anche noi malgrado la salita si faccia sempre più pesante, è il Fadalto piuttosto lungo. Ecco il lago di Santa Croce, poi a sinistra svolta verso Belluno e via per la valle Agordina fino al capoluogo e poi Taibon. E’ ormai sera, don Gino conosce molti paesani e trova un bel pagliaio ove passare la notte: il costo sarà un fiasco di vino e un salame e così sarà anche per le altre nottate. E chi, durante la guerra, si era trovato “senza salame”, apre le porte con entusiasmo».
Il secondo giorno riserverà non poche sorprese.
Martedì si riprende la gita, via per Alleghe, attraverso i quattro passi, si giunge in Val di Fassa. Battimani anche al prete che in bicicletta da donna corre assieme ai ragazzi e sale impavido. A Canazei, si visitano i laboratori artistici del legno e si fa qualche baratto. I viveri portati dalle nostre stalle ci procurano amici ovunque. Un mattino, però, dopo una dormita in un tabià, usciamo all’aperto grattandoci dappertutto: siamo tutti rossi per le punture dei pidocchi che durante il sonno hanno succhiato il nostro “sangue fiorente”. Quante risate da parte dei montanari, che poi ci hanno ricordato che, quando d’estate salgono a falciare il fieno, non vanno mai a dormire dentro i tabià, conoscendo bene l’inconveniente che potrebbe capitare e perciò con le lenzuola si fanno una tenda nel prato: cose che capitano a chi arriva da Venezia! E poi tanta era stata la stanchezza per il pedalare e il sonno così pesante da non sentire le punture dei parassiti…»
Ma la marcia continua…
«Per qualche salitella, lasciamo al sicuro le nostre fide bici e saliamo con l’aiuto delle carte dell’Istituto militare che don Gino porta con sé, fino a raggiungere qualche passo e poi un desiderato rifugio. I ragazzi non sono equipaggiati per salite impegnative e neanche sono allenati. Don Gino li guida fin quassù perché si rendano conto che il mondo non è tutto come lo hanno visto finora: campi, campi, fossi, stalle… addirittura alcuni hanno scorto Venezia. Hanno quasi 20 anni, soli all’orizzonte. Con le loro scorazzate hanno attraversato tante belle borgate, si sono fermati in tanti sontuosi “templi”, hanno ammirato tanti meravigliosi edifici, hanno potuto intrattenersi con tante persone con cui parlare non soltanto di vacche. E’ quanto don Gino aveva in animo quando organizzava queste gite e quelle di ogni altro autunno».
Don Gino Bortolan