C.A.I. Treviso
 
“Solo io sono capace di capirle”
di Francesco Piero Franchi
Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

Articoli del centenario
 
“Solo io sono capace di capirle”
-La percezione introspettiva delle montagne nell’arte di Dino Buzzati-

Avere una passione, anche fortissima, esclusiva, non significa necessariamente eccellere nella sua manifestazione, o nelle tecniche e attività che implica. È il caso di molti competenti melomani, che sono però mediocri musicisti, di eccelsi critici d’arte che sanno disegnare solo schematicamente, di cronisti sportivi informati e attenti, la cui forma fisica e le cui possibilità operative contrastano con le imprese agonistiche che descrivono e a cui fanno partecipare efficacemente i loro seguaci.
È il caso, per quanto riguarda l’alpinismo, di D. Buzzati, protagonista culturale tra i più rilevanti del nostro Novecento, musicofilo, pittore originale ed efficace, giornalista dalle molte abilità e vicende, e scrittore notevolissimo, per merito dello stile maturo, delle proprie capacità inventive, e della sua sensibilità psicologica; e anche alpinista appassionato, ma atleticamente inadeguato alla propria passione: scrittore certo di montagna, per la montagna, sentimentalmente ben radicato in montagna, capace di una rara efficacia interpretativa e descrittiva del complesso mondo dell’alpinismo, ma non memorabile alpinista (1) , se usiamo questa parola in un significato “eroico”, di eccellenza atletica, con statuizione di primati e di originali soluzioni ai problemi posti dalle vie di ascensione.
Se poniamo invece l’attenzione sulla tensione psicologica, la valenza affettiva e l’importanza quasi esistenziale che si riscontrano con grande chiarezza in centinaia di pagine di D. Buzzati scrittore, la cui esperienza estetica è certamente connessa con l’esperienza pratica del Buzzati appassionato di montagna e di roccia, allora il termine “alpinista” gli appartiene di diritto come rileva un suo appassionato studioso: «D. Buzzati, un alpinista certo modesto e anche un po’ pauroso, i cui sogni sono assai superiori alle sue effettive imprese, ma che, forse proprio per questo, con incrollabile passione riesce a cogliere aspetti e sensazioni che ai più forti sfuggono» e, ancora, «era un alpinista soprattutto nel senso più profondo ed autentico della parola. Per lui l’alpinismo era un fatto esistenziale, un modo di essere che non coincideva tanto con il valore delle sue imprese, invero modeste, ma si misurava con la qualità dei suoi desideri: lui che sognava, e disegnava, le sue vie sui picchi inaccessibili della fantasia. E dipingeva il duomo di Milano come una montagna dolomitica»(2) .
Questo accenno a una originale visione pittorica di Buzzati, che interpreta un edificio-simbolo dell’architettura italiana come parete dolomitica, è già una prima definizione del suo rapporto colla montagna, interscambiabile con lo sfondo della vita quotidiana e dei suoi simboli culturali: difatti, in altre sue opere pittoriche c’è la corrispondenza simmetrica e speculare di questa immagine: il Duomo è una parete di dolomia, a loro volta le dolomiti sono grattacieli, città, palazzi, abitazioni, domicilio di esseri umani e anche sovrumani (3).

L’inserzione della montagna, soprattutto della parete rocciosa, come icona ossessiva nelle espressioni letterarie e figurative di Buzzati ha origini antiche nella sua evoluzione di uomo e di artista: lo dimostrano testi personalissimi e di grande autenticità esistenziale, non destinati intenzionalmente alla pubblicazione, come le lettere al prediletto amico Brambilla (4) : «L’attrazione per la montagna è il vero “filo rosso” che percorre da un filo all’altro le Lettere a Brambilla; e non si tratta solo, nel caso di Buzzati, di una passione sportiva, ma di un fascino non meno enigmatico di quello esercitato su di lui tredicenne dal’antico Egitto: solitarie e imponenti cattedrali o misteriosi avamposti dell’aldilà le montagne assumono ai suoi occhi un forte valore simbolico. La contemplazione delle “crode selvagge” infonde nel giovane scalatore un brivido religioso» (5) ; «E sempre le montagne, le Dolomiti, sono lo sfondo di ogni nuovo testo che D. Buzzati scrive in eterna gara con l’amico. È appunto lassù che nel dicembre del 1920, quattordicenne, ambienta due composizioni che per tutta la vita ha conservato, ricopiate in bella copia e con tante illustrazioni, in un quaderno: La canzone alle montagne, Nembrotte» (6) .
L’anno decisivo di questa introiezione d’immagine simbolica è appunto il 1920: il 17 agosto di quell’anno Dino scrive all’amico: «Io sono diventato alpinista. Ho fatto il Pizzocco (2187) … e la Marmolada (3344) la “Regina delle Dolomiti”» (7) . È anche l’anno della morte di suo padre, il 10 novembre; la scomparsa dell’autorevolissima figura paterna lascia l’adolescente Dino sotto la tutela di una madre apprensiva e pervasiva, che ne limita, con le sue ansie e divieti, non solo le attività alpinistiche, che qualche rischio certo comportano, ma anche, forse, l’evoluzione affettiva personale.
La montagna diventerà un simbolo e un’ossessione, una immagine ricorrente nei sogni, e una metafora di condizione umana, una chiave esistenziale: viene quasi spontaneo cercare di interpretare queste inserzioni iconiche, così frequenti nella produzione buzzatiana, come elemento inconscio ricorrente, sulla base di una “psicologia del profondo”, attuata e attuabile su molti autori (8).
In effetti, in molte delle lettere citate, compaiono frequenti allusioni a questa “ossessività”, talvolta intrecciata con pulsioni affettive molto personali: « Io ho una voglia matta di montagna» (9), «Io mi affeziono alle montagne e a qualunque cosa di esse sia pure l’abbia vista per un giorno solo»(10), « Ho paura di non fare montagne» (11) , «ho per le montagne un’inquietudine tale che non posso fare niente, nemmeno scriverti bene» (12) , «Così le montagne sono la cosa più bella della terra» (13), «E in verità, forse mi dirai scemo, quelle cose là son ben misere e idiote in confronto della bellezza delle montagne […] il greco e il latino e la letteratura italiana e Dante e il Petrarca e tante altre belle robe sono fesserie compassionevoli»(14), «Mon coeur est très lourd. Non so se desidero più le montagne o una bella bambina»(15), «E la mia tristezza questa volta proprio non so donde venga, se dal desiderio di qualche bella bambina che qui non c’è nemmeno, se dal sapere che presto dovrò lasciar le montagne, […] Quando io penso a queste cose mi vacilla un po’ la fede che le montagne mi possano rendere felice, però ancora una gran contentezza me la danno e sono ancora l’unica cosa che ami soprattutte le altre»(16), «E così questo mio maledetto amore per la montagna mi fa soffrire sempre più»(17), «ho una orrenda libidine di scalare orrende rupi, […] E stasera il mio Schiara è meravigliosamente rosso e io ci voglio proprio bene eccetera eccetera e tutta la tristezza e il desiderio di crode che viene quando discende la notte»(18), «Qui non ci sono né pupe né montagne. C’è lontana la divina parete dello Schiara che mi fa morire. […] Così quest’anno passa senza amore né montagne, dico, anche quest’anno»(19), «Io adesso non faccio che sognare le montagne; […] Poi voglio bene alla deliziosa pupa e lavoro al giornale con notevole serenità»(20), «Le dolomiti, che ho sognato nuovamente per lunghi mesi, che pensavo di vincere da solo trionfalmente, mi danno ora un leggero sgomento»(21), «Ogni notte, naturalmente, sogno di andare in montagna»(22), «Ogni tanto penso alle montagne e tutte le sere, su per giù, le sogno in strane guise»(23), «Vivere lassù […] trovare sulle montagne una nuova giovinezza eccetera (anche la morte in quei posti sembra meno crudele e repellente)»(24), «D’altra parte, c’è qualche bene o divertimento che possa sostituire la montagna? Neanche per idea»(25).
Come si vede, una prolungata e contraddittoria presenza, nella vita consapevole e diurna e in quella notturna, e in parallelo a paure e desideri d’amore.
Ma, parlando strettamente di letteratura, l’elemento stilistico fondamentale, per quanto riguarda la montagna, sembra essere la personificazione, l’incarnazione della massa rocciosa in una figura titanica, la costruzione di un idolo enigmatico, solitamente minaccioso, giudice severo, incomprensibile nelle sue motivazioni: vette e picchi, pareti e diedri diventano autoritarie persone, con una loro psicologia avversa, o per lo meno, indecifrabile.
È forse questo l’elemento buzzatiano più originale, nelle pagine in cui egli tratta di montagna come narratore, la sua prediletta cifra stilistica; in quanto a metodo e contenuti, invece, sul suo lavoro complessivo di cronista sportivo, e in particolare di esperto di alpinismo, è stato osservato che «Buzzati cerca anzitutto di spiegare quale sia il rapporto che attraverso l’alpinismo l’uomo tenta di stabilire con la montagna. Si tratta, per Buzzati, di un rapporto ambiguo, fatto di emozioni profonde ma anche di violenza, di passione ma anche di ambizione»(26).
Lo stile del Buzzati cronista di alpinismo ci sembra affine, non identico, a quello del narratore, dove lo scopo informativo e giornalistico può cedere alle esigenze consapevolmente letterarie e poetiche: «Quando scriveva di alpinismo, l’alpinista D. Buzzati di solito sceglieva uno stile distante dai toni lenti ed evocativi dei suoi due libri di montagna, […] infatti non era uno scrittore di alpinismo, ma un cronista, e sapeva raccontare le imprese e i protagonisti con il linguaggio svelto e palpitante del giornalista sportivo o del ritrattista di costume. Pensava e si esprimeva in due modi speculari –il monte da una parte, regno della metafora, l’azione dall’altra, territorio della cronaca-, ma poi la metafora rientrava nella cronaca attraverso i personaggi e le loro storie»(27) .
L’autore di questa osservazione è anche il curatore di Le montagne di vetro, l’antologia in cui è raccolto “quanto di meglio il giornalista bellunese ci ha lasciato sulla montagna”(28); antologia che contiene anche I fuorilegge, il reportage in cui D. Buzzati dice: “Vivo e amaro è il rimpianto di non essere stato all’altezza dei miei sogni, di non avere avuto abbastanza coraggio” in confronto alle imprese di due accademici con cui aveva arrampicato(29).
È certamente l’espressione più efficace per esprimere il complesso rapporto tra l’uomo-scrittore e l’uomo-alpinista: «Quel non essere all’altezza dei sogni è una chiave necessaria per interpretare l’atteggiamento di Buzzati di fronte ai protagonisti della montagna. D. era un ottimo cronista, uno dei migliori, ma spesso non riusciva a separare il ruolo del reporter dai sentimenti dell’alpinista. […] l’alpinismo gli apparteneva come una seconda pelle e il raffronto risultava implicito, inevitabile: da una parte loro, gli eletti della verticale, dall’altra lui, uomo di pianura e inadeguato imitatore. […] Il coinvolgimento personale, che ad ogni riga rischiava di degenerare in eccessi narrativi […] talvolta gli tornava in soccorso come uno straordinario filtro decodificatore e lo portava a scoprire il cuore dei protagonisti. […] Degli alpinisti, anche se fuoriclasse, lui si sente qualcosa come un fratello minore, mentre le guide appartengono a un’altra razza di uomini, idealizzata, romantica, una costola della leggenda»(30).
Una specifica scelta di stile, dunque, rimane nelle sue opere narrative, a proposito della montagna, e sembra identificarsi con la fortissima personalizzazione di questi cumuli di roccia, di queste formazioni geologiche: il carbonato doppio di calcio e magnesio, l’elemento costitutivo della dolomia, in Buzzati sembra possedere anima oscura, e psicologia impenetrabile, che si rivela nelle serie aggettivali predilette, diffuse in tutta l’opera; sono qualificazioni essenzialmente sentimentali, più che coloristiche, con implicazioni anche di forte tensione drammatica(31) : nelle Lettere «la inutilmente sognata parete della Cima Uno» è «più arcigna che mai»(32), le pareti sopra il Mulaz sono «lugubri e potenti»(33); nei Sessanta racconti(34) le montagne sono “sinistre”, “squallide”, “opprimono” paesi “torvi e inospitali”, una valle anche può essere “torva”; nelle Cronache terrestri(35), che contengono un capitolo intitolato Rapporti sul misterioso fascino delle montagne, “le rupi conservano pura la loro solitudine”, cominciano “a placarsi”, hanno un “impeto selvaggio”, sono “arcigne”, si innalzano “indecifrabili, assurde, senza una indulgenza; “le crode fanno l’estremo sforzo, giungono alla cima sfinite”. Il paesaggio può essere “aristocratico”, “riposarsi”; una valle è “di razza, sempre giovane, perché le montagne non invecchiano”; si vede spesso il Monte Rosa “contemplare, con una certa tristezza, le pieghe del suo immenso mantello, i grandi valloni deserti”; la parete della Civetta «si alza tremenda. C’è, nelle sue pieghe, una espressione torva e maligna. Dai suoi strapiombi pendono lunghe colate di inchiostro. Essa è rigorosamente immobile, ma si vede bene che è sveglia». Le rocce, peraltro, quando sono bene scalabili, come le Pale di san Martino, possono essere “così brave, solide e oneste, con preziosi piccoli intelligenti appigli al punto giusto”.
Si può così arrivare addirittura a un rimprovero di amante deluso o che si sente in colpa: «Che cosa sia accaduto alle mie vecchie montagne Dio soltanto lo sa. […] i rapporti tra noi sono profondamente cambiati […] immediatamente mi riconoscevano e mi chiamavano a sé. […] quassù sarai felice, per lo meno ritroverai la giovinezza e la pace dell’animo. […] Se ne stanno là, immobili, fredde, taciturne, chiuse in una indifferenza suprema. […] Perché sono divenuto uno straniero? Che cosa vi ho fatto di male? Oppure tutto dipende da me, perché si è spento l’amore?»(36) .
Innumerevoli sono gli esempi di questa estrema “psicologicizzazione” della materia geologica, e bisogna scegliere tra molti, dalle prime osservazioni adolescenziali fino alla maturità dello scrittore compiuto, affermato ed esperto: già nelle Lettere a Brambilla, si sottolinea l’enigma chiuso nelle montagne («un gran monte il Pizzocco, per me misteriosissimo»(37), «la Croda da Lago, la più misteriosa di tutte le dolomiti»(38) ), enigma che induce persino a pensare alla loro irrealtà («Mi stupisco di poter considerarmi uno che ami le montagne. Sono epoche lontanissime quelle che mi hanno visto arrampicare sulle crode; adesso io non credo più che esistano le dolomiti e non credo di poterci più tornare»(39) , «Le montagne –quando ci ero in mezzo, da solo, non ero davvero felice- adesso non credo veramente nemmeno che esistano »(40) ), anche se il loro richiamo rimane fortissimo («Le vecchie pareti splendono lontane al sole con indicibili richiami.Quanto tempo è passato, quante cose sono successe.»(41) ), salvo poi scoprire la loro sostanziale estraneità e ostilità («Che senso hanno in fin dei conti le montagne? Sono sempre rimaste fuori di noi, non sono state mai nostre, non rispondono al bene che vogliamo loro. Ho paura che siano anch’esse un’illusione.»(42) , «Io guardo la montagna della mia vita ma lei no, non mi guarda, essa è chiusa nei suoi impenetrabili pensieri e nelle concavità dei suoi precipitosi grembi, le ombre si dilatano e si rattrappiscono lungo gli apicchi, rammemorandomi strani incanti della giovinezza perduta»(43) .
Una sostanziale estraneità, intrecciata ad un grande amore: la principale contraddizione esistenziale di Buzzati si rispecchia nel suo modo di percepire la montagna, il che non significa che egli non sappia di cosa parla: «nelle mie ambizioni letterarie pensavo che unico argomento vergine e libero è la montagna, motivo che bisognerebbe innestare a qualche passione umana perché non rimanesse freddo o inesprimibile. Ecco per far capire cosa sia la montagna bisogna raccontare una storia dove la montagna non sia l’oggetto principale ma si riveli poi da sola semplicemente»(44) .
Una forte autocoscienza di scrittore, anzi un superbo orgoglio, è presente già nel giovane Buzzati: «Pensavo di scrivere un romanzo, una specie di romanzo sulle montagne, ma come faccio, se non le desidero più? […] Eppure mi viene uno sdegno terribile quando vedo quanto gli altri profanano con la penna la montagna e la deturpano con ricche immagini retoriche e non ne capiscono niente; solo io sono capace di capirle e anche te; ma anche gli altri, gli alpinisti che scrivono sul bollettino del Club Alpino bellissime relazioni mi danno ai nervi terribilmente; e almeno questo sentimento sono sicuro che non è invidia; anche l’ascensiomania non è perfettamente in stile»(45) .
Questo amore ossessivo, persistente, non lo ha lasciato mai, è un geroglifico che, malgrado gli enigmi ancora da studiare e risolvere, identifica perfettamente i nuclei più profondi e personali dello scrittore Buzzati, che inconsciamente esprime le complessità non risolte di quell’adolescente che rimaneva attonito davanti alla bellezza della Schiara: «L’unico punto fermo della mia vita è la passione per la montagna, una passione che non mi abbandona mai […] E’una passione che non mi ha lasciato nemmeno ora che non tocco rocce da due anni. Invece ogni notte sogno di scalare pareti vertiginose, di superare grandi abissi: è una specie di romanzo a puntate che si interrompe misteriosamente solo quando sono in montagna»(46) .


Francesco Piero Franchi,



(1) Cfr. F. de Battaglia – L. Marisaldi, Enciclopedia delle Dolomiti, Zanichelli, Bologna 2000, p. 149, s. v. Buzzati, D.: «Ebbe profonda conoscenza delle Dolomiti, che frequentò fin da ragazzo. Anche se fu spesso compagno di cordata di alpinisti di valore, […] il suo fu essenzialmente un alpinismo con guida.»; e ancora, cfr. N. Giannetto, Il sudario delle caligini – Significati e fortune dell’opera buzzatiana, Olschki, Firenze 1996, p. 139, in nota: «Due sono gli ambiti in cui capita di incontrare le inesattezze maggiori: il primo riguarda l’informazione su che tipo di alpinista fosse Buzzati (molti parlano di lui come di un sestogradista, mentre il livello tecnico di Buzzati era molto più modesto e d’altra parte l’alpinismo non era per lui una questione di primati sportivi, ma un modo di essere, un incontro con luoghi amatissimi, ugualmente importante qualunque fosse il “grado” della via scelta), il secondo il rilievo che nelle sue opere ha la montagna…»

(2) M. Trevisan, D. Buzzati, l’alpinista, I.E.P.I., Pisa-Roma 2006 (Quaderni del Centro Studi Buzzati, 4), p. 11 e p. 28

(3) Per esempio, in D. Buzzati, Poema a fumetti, Mondadori, Milano 1969, a p. 125 una grande parete di roccia, con finestre: “quando la grande montagna all’improvviso diventa la nostra vita, la nostra città, la nostra vecchia casa, l’antica nostra tomba”; Le notti difficili, Mondadori, Milano 1977, p. 13 dove si descrive la parete sud-est della “Ota Muragl” nelle “Alpi Oniriche” come una parete abitata, con finestre e porte, e famiglie e persone affacciate, indifferenti “nei caffè sistemati sulle cenge e in certe caverne”, che chiacchierano e non aiutano l’autore che precipita. Così anche, ivi, p. 232, parlando delle “sue vecchie montagne”: « su per i palazzi e le torri della grande città misteriosa».

(4) Pubblicate in: D. Buzzati, Lettere a Brambilla, a cura di L. Simonelli, prefazione di A. Cannella, Mondadori-De Agostini, Novara 1987
(5) Ivi, dalla prefazione di Cannella, p. 18
(6) Ivi, dall’introduzione di Simonelli, p. 38
(7) Ivi, p. 61
(8) Cfr., per questo metodo e per i suoi risultati, Ch. Mauron, Dalle metafore ossessive al mito personale – Introduzione alla psicocritica, Il Saggiatore, Milano 1966.
(9) D. Buzzati, Lettere a Brambilla, cit. p. 103 (6 luglio 1922)
(10) Ivi, p. 118 (24 agosto 1922)
(11) Ivi, p. 137 (18 luglio 1923)
(12) Ivi, p. 138 (27 luglio 1923)
(13) Ivi, p. 147 (24 agosto 1923)
(14) Ivi, p. 155 (30 settembre 1923)
(15) Ivi, p. 164 (22 luglio 1924)
(16) Ivi, p. 168 (5 agosto 1924)
(17) Ivi, p. 179 (12 settembre 1924)
(18) Ivi, p. 184 (6 ottobre 1924) e p. 186, stessa data.
(19) Ivi, p. 188 (17 luglio 1925)
(20) Ivi, p. 207 (25 luglio 1929)
(21) Ivi, p. 208 (2 settembre 1929)
(22) Ivi, p. 274 (scritta dalla regia nave “Trieste”, su cui era imbarcato come corrispondente di guerra; 5 marzo 1941)
(23) Ivi, p. 280 (dalla regia nave “Trieste”, 31 ottobre 1941)
(24) Ivi, p. 298 (21 settembre 1946)
(25) Ivi, p. 308 (21 settembre del 1950)
(26) M. Trevisan, Due temi alpinistici per un giornalista alpinista: la conquista, la sconfitta, in: N. Giannetto (a cura di), Buzzati giornalista – Atti del Convegno Internazionale, Mondadori, Milano 2000, p. 280
(27) E. Camanni, Alpinisti e montanari: dieci ritratti buzzatiani, in: N. Giannetto (a cura di), Buzzati giornalista…, cit., pp. 295-303
(28) D. Buzzati, Le montagne di vetro, a cura di E. Camanni, Vivalda, Torino 1989
(29) Articolo già comparso in AA.VV., I cento anni del CAI, Edizioni CAI, Milano 1963; Buzzati era da sempre consapevole dei suoi limitati mezzi atletici; cfr., esempio fra molti, le lettere a Brambilla del 1932, nella raccolta già citata: «Per quanto sia meschino, io ho bisogno di sentirmi tra i primi per trovare del vero entusiasmo. Ogni confronto invece è ridicolo; non riuscirò mai, campassi cent’anni, a diventare un alpinista in gamba» (p. 231), e « Ma che roba ridicola è il mio alpinismo in confronto con questi arrampicatori di Belluno» (pp. 233-234).
(30) E. Camanni, Alpinisti e montanari: dieci ritratti buzzatiani…, cit., pp. 296-297
(31) Ivi, p. 30: «Il rischio, il mistero, la paura e la morte sono gli elementi fondanti il lessico alpinistico buzzatiano».
(32) D. Buzzati, Lettere a Brambilla, cit., p. 299 (21 settembre 1947)
(33) Ivi, p. 307 (17 settembre 1949)
(34) D. Buzzati, Sessanta racconti, Mondadori, Milano 1959, passim.
(35) D. Buzzati, Cronache terrestri, Mondadori, Milano 1995, passim
(36) D. Buzzati,Le notti difficili, Mondadori, Milano 1977, p. 232
(37) D. Buzzati, Lettere a Brambilla, cit., p. 79 (15 luglio 1921)
(38) Ivi, p. 138 (29 luglio 1923)
(39) Ivi, p. 220 (15 agosto 1930)
(40) Ivi, p. 224 (17 luglio 1931)
(41) p. 285 (29 agosto 1942)
(42) p. 297 (4 settembre 1946)
(43) D. Buzzati, introduzione a P. Rossi, La S’ciara de Oro, Tamari, Bologna 1964, p. 7
(44) D. Buzzati, Lettere a Brambilla, cit., p. 219 (31 maggio 1930)
(45) Ivi, p. 221 (15 agosto 1930)
(46) Parole di D. Buzzati, del 1968, citate in R. Marchi, Buzzati 747- Il sentiero dedicato a D. Buzzati nelle Pale di San Martino, Renzo Cortina Editore, Milano 1978.